Il self made man è uno sfigato

L’antica tecnica dell’ancoraggio è pratica di uso comune nelle fiere di moto: si mette la sventolona di turno in sella alla nuovissima fuoriserie e la si lascia lì a rosolare sotto i faretti mentre orde di maschi con gli ormoni in fibrillazione si precipitano a fare foto che condivideranno poi sui social con l’hashtag #tette coprendo il marchio e il prodotto. (Il marketing delle biciclette e il corpo delle donne)

Il percorso che questi Consigli Straordinari del 25 novembre hanno generato andrebbe valorizzato come una serie coi suoi episodi, perché tutto insieme fa cogliere punti di vista che nella singola occasione si perdono.

Nel mio piccolo ho provato a portare contributi sulla violenza, sulla definizione di abuso di potere, sulle abitudini culturali maschili e persino su alcuni atteggiamenti un po’ opportunistici che ci permettiamo noi che possiamo riflettere su queste cose pubblicamente. Niente di memorabile, lo so bene, ma forse può essere notevole anche solo aver portato dentro le nostre chiacchiere e i nostri verbali gli stimoli di un dibattito che altrove è ben più radicato e generativo, come dimostra l’adozione della Scevà in molti documenti pubblici, o il rifiuto del suo uso da parte di altri […]

Ciononostante la cronaca dimostra che stragrande maggioranza dei maschi italiani, e dei fidentini quindi, non ha fatto quasi nessun passo lungo il percorso che abbiamo osato indicare come indispensabile con questi interventi. E non parlo dei femminicidi (109 da gennaio, di cui 93 in ambito “affettivo”), ma delle migliaia di abusi di potere (89 al giorno, è il dato del 2021), degli squilibri nei percorsi di carriera, delle discussioni attorno ai ruoli familiari.

Esiste, ancora, diffuso in forme più o meno acute nella società italiana, e quindi anche fidentina, un gigantesco problema culturale e sociale che incoraggia la violenza degli uomini sulle donne. Alcune di queste occasioni si trasformano in aggressività fisica, ma quelle che non lo fanno non sono meno pericolose, anzi. Fino a qualche decennio fa osavamo chiamarla “Cultura dello stupro” (atto estremo e presupposto della condizione egemonica) poi le parole hanno cominciato a fare troppa paura.

Per esempio: durante la pandemia le donne impegnate nella ricerca contro il SARS-CoV-2 erano sempre delle “donne-angelo”. Mai una che potesse essere lodata o criticata per quello che faceva. I maschi invece avevano tutti il loro bel ruolo. Che se poi proprio non sai come appellarti ad un maschio c’è il sempre buono “Presidente”. Ma le donne no: la Cancelliera della Repubblica Tedesca Merkel è Angela, la Presidente della Commissione Europea è Ursula e la vice di Biden è Kamala.

Ancora: abbiamo dovuto aspettare un Decreto Legge sulle infrastrutture perchè fossero vietate in Italia “pubblicità il cui contenuto proponga messaggi sessisti o violenti o stereotipi di genere offensivi o messaggi lesivi del rispetto delle libertà individuali, dei diritti civili e politici, del credo religioso o dell’appartenenza etnica oppure discriminatori con riferimento all’orientamento sessuale, all’identità di genere o alle abilità fisiche e psichiche”. Per farvi capire a che livello siamo vi linko qualche esempio.

Qualche giorno fa uno dei più letti editorialisti della stampa italiana ha scritto che le parolacce sono brutte, ma se le dice una donna lo sono ancora di più. Con una di queste Michele Serra ci ha iniziato un romanzo, quindi immagino si riferisca a parolacce più gravi.

Qualche settimana fa il Sindaco di una città di medie dimensioni italiana ha trovato normale pubblicare un’ordinanza che vieta, evidentemente alle sole donne, di girare in strada con “abbigliamento indecoroso o indecente” perché potrebbe contribuire a turbare “il decoro e la vivibilità dei luoghi” e soprattutto indurre a pensare che si eserciti la prostituzione.
Che già stabilire se una scollatura o un minigonna è decorosa è difficile, ma che chiedere informazioni ai soggetti poco vestiti possa configurarsi come reato è una cosa che trasuda maschilismo da tutti i pori. 

Un paternalismo che la politica si rifiuta di leggere quando si tratta di andare oltre le esternazioni e nominare quindi candidate o assessore di genere femminile. Prima delle amministrative dello scorso novembre c’erano 10 capoluoghi di provincia con Sindache donna. Ora sono 6, e nessuna è capoluogo di Regione. Quella italiana è una politica da uomo bianco medio, preferibilmente over 50, fieramente piena di se ed estranea a qualsiasi volontà di trasformazione culturale verso una maggiore rappresentazione che non la veda protagonista.

E si badi che non parlo di quella politica che riesce a strumentalizzare addirittura una questione come l’iva sugli assorbenti, ma di persone che poi magari le leggiamo volentieri, che facciamo la fila per ascoltarle ai convegni. Tipo che ci è cascato persino uno dei miei supereroi preferiti, Alessandro Barbero.

Il maschile italiano ancora nasconde le propria fragilità dietro un machismo fuori dal tempo, come nel caso delle fiere di moto, e quando sembra faccia una capriola sul lato opposto in realtà continua a sventolare la sua superiorità anche fingendosi empatico.
Una delle canzoni più apprezzate a SanRemo nel 2021 ripete a ritornello uno dei comportamenti meno sani e più dannosi del maschio etero bianco occidentale: “non ritenere la propria compagna (fosse anche quella di una notte) abbastanza degna dello sforzo e della fatica che ci vogliono a guardarsi dentro, venire a patti con quello che c’è lì dentro e comunicarlo. Prendersi la responsabilità intima e verbale di ciò che si prova per sé e per una donna” (M. Ciccolari Micaldi)

Io chiamo questa deformazione culturale “la paura dei privilegiati” perchè viene generata dall’impossibilità di considerare fragile un  maschio, anche solo occasionalmente. É una cosa che ancora non si può dire, soprattutto tra maschi fragili perché ancora oggi il maschile è gestione e controllo.

Allora il mio contributo a questo Consiglio Straordinario per l’eliminazione della violenza contro le donne prova quest’anno ad essere più pragmatico perchè il  modo in cui ci si abitua a sentir parlare delle donne in pubblico ha una grandissima influenza sulla percezione che si sviluppa riguardo al ruolo della donna nella società. E dell’uomo.

La professoressa Vera Gheno dice che la lingua si modifica in base all’uso e che imparare a comunicare senza l’influsso degli stereotipi di genere, in una società in cui la sensibilità su questi temi sta crescendo sempre più, rappresenta un primo passo verso il cambio di mentalità. E forse, dico io, costruire una (sovra)struttura che aiuti i maschi ad immaginarsi diversamente aiuterà a considerare le differenze di genere meno oppressive.

Il mio contributo sarà una mozione recepita da un gruppo di studiose d’urbanistica che si fa chiamare, appunto, Gruppo di Toponomastica femminile, nato nel gennaio 2012 con l’intento di restituire voce e visibilità alle donne che hanno contribuito, in tutti i campi, a migliorare la società. Oltre trecento associate/i che sollecita le istituzioni affinché strade, piazze, giardini e spazi urbani in senso lato, siano dedicati a donne.

Dal censimento toponomastico nazionale condotto dal gruppo, risulta infatti che la media di strade intitolate a donne va dal 3 al 5% (in prevalenza madonne e sante), mentre quella delle strade dedicate agli uomini si aggira sul 40%.

Una mozione femminista (in download la mozione presentata in Comune).

P.S: Non ho parlato della fine ingloriosa del DDL Zan, ampiamente prevista e prevedibile in un Paese in maggioranza favorevole alla legge con un Parlamento che non riesce più a rifletterlo. E non solo in questo, ma soprattutto in questo. Il DDL è stato solo il terreno di gioco ideale per tutti quei meschini trucchetti di palazzo che guarda caso si prendono la scena ogni volta che si prova anche solo a parlare di diritti. Vedrete cosa succederà le conseguenze del referendum sulla cannabis legale, o con le leggi sulla cittadinanza. 

Autore: marcogallicani

www.gallicani.it

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