Del nostro femminismo, un po’ opportunista

In Comune abbiamo celebrato, come ogni anno da quando in assessorato c’è Alessia Frangipane, la Giornata internazionale dell’ONU per l’eliminazione della violenza contro le donne e il titolo non è messo lì a caso: c’è una volontà d’azione in quel titolo, che la stragrande maggioranza dei media salta a pié pari.

Ma “Giornata contro la violenza alle donne” non è la stessa cosa, non ha la stessa potenza. Per eliminare la violenza la devi conoscere, per essere contro la violenza ti basta l’intenzione, l’emozione del momento.

Provo a spiegarmi con due immagini che spero riescano a spingere un po’ più in là il dibattito, perchè se no il rischio che si corre con tutte queste giornate, e la politica ne celebra tantissime ormai, è quello di riprodurre un ritornello della retorica.

La prima immagine sulla quale mi appoggio è quella dello spogliatoio.

Io non sono un gran frequentatore di spogliatoi. Gli sport a cui mi sono appassionato sono quasi tutti singoli, o in ogni caso io li ho sempre interpretati così: adoro correre (la mia schiena sempre meno) ho amato arrampicarmi (ma non per il gesto della scalata, quanto per tutto il contorno del partire prestissimo o bere il caffè nello scaldavivande). Per dire.

Però sono un maschio quindi nel mood della goliardia maschile ci sono cresciuto dentro e quando leggo certe cose io di essere maschio, bianco e occidentale un poco me ne vergogno. 

E non perchè la penso come quel signore li, è evidente, ma perchè quel signore lì pensa di poter solleticare una parte della psicologia delle persone come me scrivendo quelle cose li. O queste, che sono ancora peggio perchè fan finta di essere professorali.

Si poi i due signori in questione sono dei mentecatti (dal lat. mente captus, preso nella mente), ma non è questo il punto. Il punto è che per molte persone come me è assolutamente normale partecipare a questa evidente manifestazione dell’assenza di educazione sentimentale (e pulsionale) degli uomini. Il punto è che se sei maschio e non ti va di festeggiare un addio al celibato nel locale della lapdance sei un mezzo prete.

Quando non si pensa molto al significato delle parole si dice che sono espressioni di cameratismo, dimenticandosi appunto dell’origine fascista della parola.

Non è fuffa, non sono menate: l’Italia è quel paese a nord del mediterraneo dove la sola idea che un maschio adulto stiri i panni che si indossano in famiglia o pulisca i pavimenti della casa dove vive è considerata un’iperbole, una cosa che “si vabbè, ma un amico con cui bere una birra non ce l’hai?”.
L’italia è quel paese dove le quote rosa sono ancora viste come un’indebita agevolazione da moltissimi politici, anche locali, dove la parità nelle liste elettorali è una scocciatura perchè “le donne portano meno voti”. Dove ancora oggi, nel 2020, ancora chiamiamo violenza solo la coercizione che segue la minaccia. Dove l’iconografia che accompagna la cronaca di un caso di stupro come quello del sig. Genovese del mese scorso rappresenta una donna, una macchina e una grossa casa, le conquiste di una persona smart.

É (ancora) un Paese dove la dominazione del potere non si manifesta solo nella occasionale esplosione di una violenza inutile, ma nel complessivo rapporto del potente con l’oppresso. 

Gli spogliatoi sono un ambiente sessista, si , perchè sessismo non è un’azione, non è la violenza: è la cultura dietro l’azione, una cosa che è o non è a prescindere dalle tue intenzioni, è la cosa che sta dietro la violenza.

La seconda immagine che uso è quella del dibattito sull’integrazione. La violenza dei potenti contro i più deboli è una costante che si riflette evidentemente anche nella questione razziale, e non in modo meno intimo. Attenzione perchè non sto facendo nessuna lezione, ma provo ad imbastire un percorso.

Se incontrando un gruppo di operai di colore che fanno una gran cagnara sul treno tornando dal lavoro mi trovo un po’ a disagio a dirglielo, ecco quello lì è un disagio un po’ razzista, perchè il fatto che abbiano origine magrebina non li esclude dalla maleducazione e i cafoni ci sono dappertutto, anche in Africa. In quel momento io non ho visto un gruppo di lavoratori, esausti perchè probabilmente sfruttati, sporchi di un lavoro che io non farei mai, poveri al punto da non potersi permettere il biglietto, ma un gruppo di immigrati (e se fossero stati bianchi, del mio paese, e avessero parlato in dialetto non sarei posto nemmeno il problema della loro confusione).

Il loro essere di colore dovrebbe essere indifferente, e le conquiste dell’integrazione stanno proprio nel notare la loro maleducazione e solo dopo il colore della loro pelle. E nell’affermare che anche loro dovrebbero avere la possibilità di percorrere quel sentiero che auspichiamo per noi.

La diversità, anche quella tra etnie, come quella di genere, richiede esercizio quotidiano e probabilmente più di una generazione. E la violenza spesso non viene dai gesti eclatanti o dalle parole urlate, ma dallo scopo implicito che si da alla relazione. E per favore non parliamo del politicamente corretto, che non esiste. Vivaddio che non è più normale dare ceffoni in pubblico ai bambini, sono conquiste di civiltà, non mancanza di genuinità. E pensare che le cose vadano male perchè non siamo più come una volta è un luogo comune che non se ne può più.

Andare oltre è esercizio quotidiano, ascolto e studio del privilegio che si è avuto per la sola coincidenza di essere nati maschi, bianchi, europei e da una famiglia che a queste cose ci ha prestato attenzione.

Se la politica (tutta, non solo quella che si esercita nelle istituzioni) ha il coraggio di esclamare che il mondo è di tutti e di tutte, e che avere come nemici i più deboli è solo un atto di miseria, allora fa politica. Se no gestisce un pezzo di potere, a volte piccolo piccolo.

Autore: marcogallicani

www.gallicani.it

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