Un discorso sulla violenza di genere, e la politica

512352531Intervengo brevemente, come rappresentante di un partito che sta cercando, per lo meno qui ed ora, di interrogarsi su alcune faccende che hanno a che fare anche con il tema di questa sera. E come appartenente ad un genere, quello maschile, che per quanto possa essere messo in (parziale) difficoltà da qualche statistica elencata anche durante i lavori di questo 25 novembre, comanda il mondo senza dubbio e senza confronto alcuno.

Mi dedico subito alla questione del punto di vista maschile, perché è la più importante, e perché tanto le due cose son collegate; su quella che chiamano “violenza degli uomini sulle donne”, io mi sto pian piano costruendo l’opinione che serva quello che Marco Deriu – sociologo dell’Università di Parma – chiama “cambio di frame di riferimento”. A dire che si ha la netta sensazione che sia necessario spostare o per lo meno ampliare il campo d’indagine dalla semplice occasione (il brutale ripetersi di una violenza inutile) al complessivo rapporto del genere maschile con il genere femminile.Non è che lo si faccia così spesso. Se pensate a cosa fanno i centri antiviolenza, beh la maggior parte delle energie vien speso per lavorare sulle vittime. Non sto dicendo che si deve limitarne la quantità o la qualità, ma il problema evidentemente sta anche addosso agli uomini. E se questi vengono solo dipinti come occasionali (per quanto ripetuti) mostri non si risolve granchè. Non si cerca la sorgente della violenza, si cerca solo di limitare i danni della sua esondazione, e solo quando è più eclatante.

“Ripetere slogan come “chi umilia una donna non è un uomo” o “quando maltratti una donna non sei uomo”, significa creare colossi comunicativi che si affermano come monoliti.” Significa creare mostri e relegare la violenza all’ambito mostruoso. Ma sono profili molto più famigliari quelli che emergono dalle statistiche di chi lavora sui maltrattanti e non solo sulle maltrattate. Tutte le statistiche ci dicono che non esistono categorie speciali di maschi violenti. Addirittura molti di loro sostengono di farlo per amore e qui si aprirebbe un vasto campo d’indagine – che qui posso solo accennare, ma che è di evidente urgenza – sulla semantica che questo particolare momento sociale e culturale attribuisce alla parola “amore”. La violenza è una spia che si accende su tutto quello che la precede e la segue.

Eppure ci sono esperimenti notevoli, nemmeno tanto lontano da qui. Centri dove si applica un approccio che in Europa han cominciato a metà degli anni ’80, ma vabbè a noi ci piace arrivare un po’ dopo. Consultori e Centri d’Ascolto che si dedicano agli uomini autori di violenza sulle donne.

Significa che non si cura più l’effetto, ma si cerca di curare la causa. Significa non ignorare l’aspetto relazionale del problema: al LDV di Modena o al Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze – ad esempio – il primo passaggio di cura è il contatto con la donna abusata. E non sono percorsi di riabilitazione legati ai soli casi emersi dai gradi di giudizio dei tribunali, sono sempre più spesso gli uomini che ne sentono la necessità.

Questo non significa affatto rinunciare a tutelare le vittime o a non provare compassione con loro. O assumere automaticamente che tutti potrebbero fare violenza sulle donne (alcuni ne sono più predisposti per mille motivi e altri semplicemente non lo faranno mai perché i meccanismi di autolimitazione reggeranno alla prova dei fatti). Al contrario significa provare a smontare persino le giustificazioni inconsapevoli verso chi fa violenza. Significa assumere lo sguardo della vittima nella sua interezza, evitando una disposizione frontale, ma cercando i nessi socio culturali che legano le vittime ai persecutori.

Probabilmente serve quindi provare a RI-costruire socialmente e culturalmente una visione generale del problema che contempli insieme misure di prevenzione, di trattamento, di intervento culturale e di responsabilità sociale, di tutela giuridica e di responsabilità penale. Che consideri l’evoluzione del percorso violento, non solo la sua esplosione.

Perché se è vero che ormai la violenza sulle donne è sentito come un problema da affrontare (e ci si prova, anche noi stasera faremo qualcosa per provarci) noi dobbiamo cambiare il contesto culturale che accetta e in alcuni casi premia (anche se di nascosto) l’atteggiamento prevaricatore. Perché nel nostro momento storico (e forse in altri, ma vivo qui ed ora) la violenza è così intrecciata alle nostre relazioni che è persino difficile riconoscerla: il senso di possesso, la gelosia, l’incapacità di accettare il conflitto, il rifiuto delle negazioni, il bisogno di controllare, la mancanza di autonomia , la riduzione del partner ad appendice o a sostegno, persino lo sbeffeggiamento o lo stupore di fronte a gesti minimi.. “Quando un maschio quarantenne ospite a casa di amici, in Italia nel 2014, si alza dopo cena e carica la lavastoviglie, nella gran parte dei casi vede il proprio gesto accolto da festeggiamenti, risate, «tu sì che sei bravo», «un uomo da sposare». Non sono bravo né da sposare: è solo che mi sembra il minimo”

Analizzare queste dinamiche così famigliari con questo approccio e dal punto di vista del genere cui appartengo significa probabilmente capire quali sono i legami tra la cultura e la socialità maschili e la violenza. Per capire come la violenza sia una forma di regolazione delle relazioni, anche affettive. Per compromettersi sia con le vittime che con i persecutori. Ed è evidente che non è una cosa che puoi fare bevendo una birra, o navigando sui social network. Serve spostare l’attenzione dal maschile al mascolino. Capire come il mascolino si relaziona con la libertà delle donne o con il loro libero desiderio. Oggi che quella libertà è ormai universalmente riconosciuta come necessaria.

Collegare mascolinità e violenza (e non maschilità e violenza, la differenza è notevole anche se non sembra) è un passaggio quasi mai fatto, perché si focalizza sempre il caso specifico o la categoria sociale che lo fa emergere. Ma la maschilità non è monolitica e l’egemonia di un modello di maschio va a scapito anche di altri modelli di maschio, non solo delle donne. In parole povere i maschi che fanno violenza sulle donne fanno violenza anche sugli uomini, lo dice la statistica.

Forse affiancando al lavoro con le donne e per le donne un lavoro degli uomini, con gli uomini e sul maschile avremo un cambio di prospettiva utile, perché la violenza, tutta, la si combatte insieme, lavorando – cito sempre Deriu ed il mio, il nostro, essere maschi e femmine – un po’ come quegli etnografi che dopo aver scoperto culture altre, possono finalmente lavorare sulla propria. Interrogandosi cioè sul proprio essere maschi (culturalmente e socialmente) in rapporto con le donne, sul nostro essere mascolini in rapporto con il femminile. Se invece censuriamo questi aspetti li ricacciamo nell’ombra e non li gestiamo. E la violenza non controllata, il conflitto non affrontato esplode sempre.

E qui arrivo al punto più politico. Che è quello che credo mi venga chiesto. Il filo rosso che lega i due aspetti, è evidentemente, la violenza. Ed il ruolo cui la politica locale può ambire nel dare segnali di cambiamento sulla violenza, sulle vittime e sui carnefici, sulle proprie paure di uomini e di politici, sulla fiducia ed il potere: “Nella prima si cerca di raggiungere una forma di riconoscimento reciproco nella differenza, nella seconda si cerca di ottenere un determinato ordine ed una certa stabilità attraverso il controllo ed il dominio”.

Tra 5 giorni, il 30 novembre, sarà la giornata internazionale contro la pena di morte. E spero che il Comune di Fidenza aderisca all’appello della Comunità di Sant’Egidio ad accender luci bianche sui municipi per ricordare che alla violenza non si può rispondere con la violenza, e non solo nel campo dei delitti e delle pene. Perché anche in questo campo oppressi ed oppressori sono intrappolati in uno scambio di potere che solo la nonviolenza e la riconciliazione possono rompere.

O ancora, qualche giorno fa è comparsa una scritta omofoba al fianco del palazzetto donBosco. Una banale scritta di un ragazzo che magari prendeva in giro proprio il suo migliore amico. Ma che è un insulto e spero che presto l’assessore la faccia cancellare, perché indice e avviso di un atteggiamento prevaricatore.

Continuo: nel prossimo Statuto, Fidenza sarà Città dei diritti umani per tutti lo abbiamo deciso quest’estate). Promuovere i diritti ed i doveri di tutti significa avere raggiunto (o essere impegnati nel tentativo) una propria autonomia, robusta. Capace di accogliere e non solo di denigrare, nemmeno di nascosto.

5 anni fa a Milano venne uccisa una donna Lea Garofalo, ex moglie del boss Carlo Cosco, colpevole di essersi ribellata alla cultura mafiosa che questo Consiglio ha parimenti rifiutato aderendo ad Avviso Pubblico la settimana scorsa.

Il 6 dicembre alcuni ragazzi di quelli che don Peppe Diana aveva indirizzato verso percorsi di un’economia della legalità verranno a Fidenza per presentare il loro lavoro contro le mafie e la corruzione. Nello stesso giorno, o forse il giorno prima alcuni fidentini racconteranno ad altri fidentini cosa hanno scoperto studiando metodi alternativi a questa economia che divide, attraverso la sperimentazione di percorsi di commercio equo e solidale.

Quando in segreteria questa primavera dicevo che mi davo come obiettivo la parità di uomini e donne nella creazione della lista del Pd (ahimè non ci siamo riusciti per un pelo) lo facevo per rifiutare categoricamente la retorica retrograda e maschilista secondo la quale ad esempio si dice che le donne non hanno bisogno delle garanzie di legge, quelle brave comunque arrivano. Che è la cosa più falsa che si possa dire sull’argomento perché le donne sono bravissime anche in Basilicata, eppure nel Consiglio regionale non ce n’è manco una. (una retorica che tra l’altro venne usata anche contro i neri, quando si scelse di dar loro pari diritti e pari doveri, negli Stati Uniti, soprattutto dalla destra repubblicana che cercava di nascondere le discriminazioni).

Sono segnali, sono piccoli semi lanciati su un terreno la cui fertilità spesso noi pure mettiamo in discussione, stanchi ed in crisi come sistema che non sa gestire le risorse, ne le collega al benessere delle persone, e tantomeno al futuro della collettività. Che manca di un disegno strategico e che quindi non lo sa proporre ai cittadini. Che infatti ne prendono le distanze, rinchiudendosi in un intimo ego riferito e male informato.

Lo vado ripetendo da almeno un anno, che la politica locale non è, non lo è più e non so se lo sia mai stata, fatta per gestire il consenso attraverso le spese del bilancio, ma ha il compito di educare alla partecipazione il popolo degli elettori e di chi lo sarà. Anche attraverso scelte simboliche e – forse – limitate nella loro incisività.

Autore: marcogallicani

www.gallicani.it

1 commento su “Un discorso sulla violenza di genere, e la politica”

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