Qualche appunto sulla militanza nel tempo pandemico

“Il conflitto non si spiega, si vive” (H. Giuliani)

C’è uno studioso di politica internazionale piuttosto famoso, si chiama Fukuyama, che nelle ultime interviste va dicendo spesso che la democrazia per come la intendiamo in occidente è stata messa sotto stress come mai prima d’ora dalla pandemia e che sbagliamo a pensare che una volta imparato a contenere il virus si tornerà alla vita di prima perchè il “tempo pandemico” ha impresso un segno indelebile sul ruolo dei singoli nelle comunità.

Il modello che avevamo sotto gli occhi fino alla primavera del 202o (se ci si prestava attenzione, è chiaro) era […] quello della modernità liquida descritta da Bauman: una specie di “interregno” in cui era evidente l’inefficacia dei vecchi modi di agire ed essere, ma che si muoveva, privo di nuove e definite modalità condivise anche nell’impegno, ma appunto liquido.

C’è un bel libro di Pete Davis che si chiama Dedicated che lo dice ancora meglio: lo chiama “infinite browsing mode”, l’epoca delle scelte infinite, tutte ottime e tutte potenzialmente frustranti, e quindi ansiogene.

Il tempo pandemico (a cui non eravamo preparati, ma proprio per niente) si è installato e allo stesso tempo ha rotto questo schema e le limitazioni hanno ristretto a tal punto le possibilità che erano alla base del nostro firmware da aver schiacciato sotto una pressione inedita la passione di moltissime persone, sempre meno disposte ad impegnarsi verso progetti collettivi, sempre più focalizzate sul proprio particolare e sul disagio che ne deriva.

L’avrete ben notato che c’è un sacco di gente in giro che non vede l’ora di esplodere. Non è mica arrivata da Marte l’altro ieri, lo sappiamo si?!

La prima volta che ho intrecciato qualche pensiero attorno a questo cambiamento è stato durante una cerimonia in Consiglio Comunale per la cittadinanza onoraria al milite ignoto, che non è un soldato di cui non si conosce il nome, ma una figura collettiva, una specie di simbolo del sacrificio di tutti i morti in un conflitto, e c’era tutta una gran schiera di ufficiali e cavalierati che si rimpallavano complimenti a vicenda intanto che si adoperavano nella trasposizione della militanza nel presente e ovviamente facevano piede perno sulla vita militare.
E io cercavo di capire cosa significasse oggi quella parola, militanza, perchè il militare non lo avevo fatto ed ero un bel po’ contento che i giovani non fossero più obbligati a farlo.

Poi è arrivata l’estate e il ventennale del G8 di Genova che per me fu un’occasione determinante: un po’ perché avevo 27 anni e un po’ perché, non avendo mai incontrato movimenti studenteschi radicali durante l’università, fu il primo momento in cui mi sentii parte di un conflitto, robusto e dialettico. A Genova per la prima volta davvero ero  parte di un’alternativa possibile e schierato contro qualcosa.

Tipo che c’era Emergency che aveva il conto corrente al Credito Bergamasco e io che già al tempo ero infoiatissimo con questa cosa della finanza etica (che detta così sembra una patologia, ma ho i miei motivi per esserlo) li fermavo quasi tutti quelli di Emergency, per dirgli su della loro incoerenza. Io quell’alternativa la abitavo completamente, la declinavo per me in termini assoluti, e ne chiedevo un’adesione globale agli altri, quasi fosse una rivelazione che condividevo, ma con un po’ di alterigia.

Genova è stato un momento di svolta nel mio impegno e in quello di tante altre persone. E quindi ci recupero alcuni elementi che secondo me possono essere l’interpretazione di una dinamica della militanza. E della sua necessità, del suo essere un indispensabile rito di passaggio in un’epoca nella quale sono tutti li a dire che i giovani sono dei deboli fannulloni.

Che poi tutte le volte che li sento, questi discorsi, penso a quando il mio amico Fabio mi raccontò di quando cominciò l’università a Bologna in un’epoca nella quale si ripeteva la stessa cosa, perchè si ripete sempre la stessa cosa, da millenni, e dopo un paio di settimane si ritrovò nel bel mezzo delle manifestazioni della pantera.

Io penso che subito dopo Genova cominciò a svilupparsi un fenomeno che credo in questi ultimi tempi abbia raggiunto il suo picco massimo, quello del fideismo primitivo. Il nome me lo sono inventato io quindi lo spiego: terrorizzati dalla repressione, congelati dalla mancanza di reazione dello Stato di fronte a quello che era successo è come se si fosse lasciato prevalere il legame della vicinanza rispetto a quello della dialettica, che quindi non ha più contribuito a evocare il bisogno di partecipazione nella società. 
Le fedeltà ha sovrastato il valore della libertà. Questa cosa nel tempo pandemico è lampante, ci sono i miei e gli altri. Ai miei concedo la qualsiasi, agli altri salto al collo prima che aprano bocca.

Il percorso e il fenomeno Genova, quella grandissima battaglia culturale sociale di piazza, hanno prodotto una gran quantità di alternative (alcune di queste sono diventate proprio patrimonio comune indiscusso), ma quella cosa della fedeltà ha rotto le corde di collegamento. L’insieme eterogeneo dentro il quale io vivevo le mie contraddizioni e conoscevo quelle degli altri, più radicali o più moderate, si è frammentato e disperso e questo gli ha fatto perdere il potere dell’alternativa. E la società ha un vitale bisogno di alternative, altrimenti muore di noia.
Fateci caso, le battaglie di questo periodo sono occasionali e non riavvicinano la società nel suo complesso alla politica attiva, ma la sensibilizzano su un tema e poi passano a quello dopo.

Per noi Genova non fu che l’episodio di un percorso per cui ci si era impegnati per mesi e che ci aveva portato lì attraverso una dedizione costante verso la causa scelta, fatta anche di riunioni noiose, di momenti in cui non accadeva nulla, oppure di solitudine. Fu la costanza a creare Genova, non l’impeto del momento.

Questa cosa della fedeltà che genera la polarizzazione l’han poi detta in un sacco, ma nella mia testa suona così: ho provato a proporre un’alternativa, ne ho prese tantissime e quindi mi chiudo coi miei. Sto coi miei 20 anni, che intorno sta succedendo di tutto, da New York  alle guerre, dalle manifestazioni oceaniche, ma inutili alla crisi e lo schifo delle banche, dalle difficoltà di tutti ad affrontare la risacca a Trump e il cattivismo di sistema, e ad un certo punto arriva una tecnologia che mi permette di stare coi miei anche nel telefono, coi social, e alla fine mi convinco che sia l’unica realtà possibile e che quindi il mio compito principale diventa quello di oppormi agli altri e difendere a qualsiasi costo i miei.

E di rinnegare la negoziazione la capacità di bilanciare consenso e dissenso, accettazione e rifiuto. Ma la negoziazione non ha perso d’importanza, la facciamo quotidianamente, anche coi nostri familiari a volte anche senza renderci conto, però le abbiamo tolto dignità, mediamo senza dichiarare la mediazione.

E l’abbiamo depoliticizzata: il linguaggio del mondo e persino quello dentro le alternative ha rinnegato l’idea che per cambiare qualcosa serva agire un conflitto aperto. Anche esasperato, eh? ma gestito. Nonviolento, direbbe Capitini.

Solo che poi la tensione non è che la puoi eliminare, è una caratteristica evolutiva che puoi solo reprimere, fino a quando però non ci stai proprio più dentro e quindi scateni la guerra termonucleare globale. Contro gli altri.

La nuova militanza quindi potrebbe stare in questo ritorno verso gli altri con costanza. Una specie di cultura dell’impegno che sceglie qualcosa e ci sta sopra resistendo alla tirannia di “tenere aperte le opzioni”. Impegnarsi veramente per un lungo periodo è un rifiuto della superficialità e del pensiero superficiale in favore di relazioni durature in uno scenario dove le scelte di consumo sono diventate le nostre personalità.

 

Autore: marcogallicani

www.gallicani.it

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