Dalla parte di Tina Anselmi, e di Miley Cyrus

Sono nato maschio, bianco, europeo e in una famiglia benestante. Una compilation di colpi di fortuna che se in pediatria mi avessero regalato un terno me la sarei giocata peggio. Sempre che il terno sia la combinazione più ambita, chè non ho mai giocato al lotto in vita mia. A rigor di logica avrei dovuto essere pure io uno di quei maschi “che non deve chiedere mai” , ma evidentemente non ne avevo la stoffa.

Ricordo che da ragazzi, quando alcuni sceglievano sport o pratiche “diverse”, che fossero la pallavolo al posto del calcio o la cucina o addirittura il ballo,per replicare agli sfottò bastava ricordare che i più forti giocatori di pallavolo erano maschi, come i cuochi più quotati e i ballerini più celebrati. Quasi fossero loro, le ragazze, ad aver osato l’occupazione di quel minimo pezzetto di immaginario, indebitamente.

Questa narrazione della mascolinità dell’uomo, quella per cui niente può davvero accadere se non grazie alla benedizione del genere maschile, fa parte di un flusso che sembra indiscutibile nel grande pubblico: quando qualche mese fa morì il fondatore di Playboy Hugh Hefner, la prima reazione del mondo dei media fu quello di celebrarne la straordinaria forza rivoluzionaria capace di aprire le nostre sessuofobie bacchettone. Non l’indubbia capacità imprenditoriale, eh, ma addirittura la creazione della rivoluzione sessuale.

Ancora: scrivo da cittadino di un Paese il cui Parlamento (entrambe le camere, a poco distanza l’una dall’altra) nel 2011 certificò che le telefonate dell’allora Presidente del Consiglio Berlusconi in Questura a Milano erano telefonate di Stato per tutelare Ruby, la nipote del premier Egiziano Mubarak.

Di questo parliamo. Di un sistema per cui all’uomo, specie se potente, è consentita qualsiasi cosa, compreso mentire e contraddirsi in continuazione, perché è dotato dalla nascita di un’autorevolezza che si auto afferma, per lo meno in tutte le condizioni in cui é in conflitto con le donne.

L’irreprensibilità della donna è da sempre un elemento di giudizio collettivo. In rete si può trovare la lettera che una vittima di stupro ha scritto al suo violentatore come contributo al processo (Tu non mi conosci, ma sei stato dentro di me). Leggetela perché è illuminante, fa il paio con le accuse rivolte alle ragazze statunitensi dopo lo stupro ad opera dei carabinieri di qualche mese fa, o alle tante facili ironie di quelli che dicono che le attrici che in questi mesi han denunciato i loro molestatori fossero tutte consapevoli prostitute.

Come si chiama questa dinamica nei rapporti di potere, così tollerata da essere considerata inesorabile, da tutti?
Come si definisce quel fenomeno per cui di fronte ad un crimine è la denuncia ad essere presa di mira non il reato, la vittima e non il carnefice, l’imbarazzo del violentato e non l’arroganza del violentatore.

Si chiama abuso di potere. Può essere psicologico, fisico o economico. E sessuale.

È abuso quella dinamica per cui solo l’uomo può decidere, mai la donna. Quindi se le donne in Arabia Saudita hanno avuto il permesso di guidare lo storytelling occidentale valorizza il solo gesto del re Abdallah, non le centinaia di attiviste che per anni hanno guidato clandestinamente riprendendosi con YouTube e facendo così pressioni che pian piano hanno rotto l’argine.

Ma se lo chiami abuso, violenza, allora lo riconosci un po’ dappertutto, perché è sempre lui. Lo vedi all’opera di fronte a tutte le diversità, non solo per quelle di genere, le appiattisce e rende monodimensionale qualsiasi complessità.

– lo fa con la politica della territorialità (un’idea nata dal nazismo e quindi fascista, i primi a pensare che si potesse rimodellare biopoliticamente l’intero pianeta),
– lo fa producendo differenze nei trattamenti economici tra generi e tra provenienze geografiche
– lo fa definendo “camerieri” i mariti che accolgono la parità con la moglie
– lo fa diffondendo in rete dei video privati senza autorizzazione. E addossandone la colpa a chi li ha fatti, non a chi li ha rubati
– lo fa trasformando l’80% delle donne provenienti dalla Nigeria in prostitute. L’80 per cento

E’ la violenza della diseguaglianza.

«Io credo che la nostra comprensione della misoginia e della violenza contro le donne migliorerebbe alquanto se considerassimo l’abuso di potere come un’unica realtà, invece di trattare la violenza domestica come cosa distinta dallo stupro, dall’omicidio, dalle molestie e dalle intimidazioni, sul web, a casa, sul luogo di lavoro e per strada: visto nel suo complesso, lo schema è chiaro». (Rebecca Solnit)

Per opporsi a questo sistema vale tutto. Vale la testimonianza personale, la manifestazione pubblica, il boicottaggio nei consumi, le campagne sui social (#metoo, #quellavoltache), vale qualsiasi cosa mandi in corto circuito la cultura per cui è normale mettere la maggior parte del potere economico e sociale in mano agli arroganti, che spesso sono uomini.
Valgono le leggi, ovviamente. E lo dico per tutti quelli che con finto acume accusarono le donne di non sapersi conquistare il loro spazio con autonomia quando venne scritta la legge sulla parità di genere nelle candidature e nelle istituzioni.

Valgono le spinte gentili operate da qualsiasi tipo di femminismo, un movimento culturale estesissimo che opera dappertutto, com’è giusto che sia.

Qualche giorno fa sono stato alla Camera dei Deputati dove la presidente Boldrini ha inaugurato una “Sala delle donne” accanto a quella della Regina, un posto bellissimo ed ispirato dove sono ricordate le donne che hanno costruito questo paese assieme agli uomini. E mi è sembrato di vederci lo stesso spirito di Miley Cyrus che si oppone a quello di Playboy, un media fenomeno culturale che anche nel 2017 non viene analizzato per le deviazioni, la creazione di un modello rigidissimo accessibile solo alle bellissime, accolte nel meraviglioso mondo maschile solo grazie alla loro disponibilità. Un modello che non prevede ne vecchiaia ne bruttezza è un modello che si crea diseguaglianze, quindi un modello maschilista.

Allora come oggi è stata “la parola femminile ad aver aperto una crepa nella narrazione della realtà e nel regime del dicibile e dell’indicibile, crepa che a sua volta ha aperto la strada alla pensabilità e alla possibilità” (Ida Dominijanni – Il trucco) della messa in discussione del maschio e del suo dominio, fosse politico o sociale.

Se una cantante di 25 anni che è stata cresciuta per essere un’oggetto con caratteristiche standard e replicabili (un prodotto da vendere), ad un certo punto si accorge che vuole essere qualcos’altro, un soggetto autonomo e libero, per me fa la rivoluzione. Se poi da quel momento sconta tutti gli stigmi di questa società maschilista e , infischiandosene, lavora per accompagnare tutte quelle donne che nel tentativo di fare come lei non sono state sorrette da soldi e fama, per me fa una rivoluzione femminista. Lei poi lo fa con la leggerezza delle 25enni, aiutando le persone, non solo le vittime e io l’ammiro.

P.s: ecco, non vale il facile umorismo, lo strepitare di presunte esagerazioni, che non sono altro che rivelatore del terrore di non sapere più come gestire l’interazione con l’altro sesso.

 

Autore: marcogallicani

www.gallicani.it

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