Sull’adesione a Welcoming Europe

L’Italia è meta di un importante flusso migratorio dal continente africano. Non solo da quello (anche se sembra che preoccupi solo quello) e niente di ingestibile, ne dal punto di vista statistico ne da quello culturale. Ma soprattutto niente di diverso da quanto accade altrove su rotte diverse e niente di particolarmente diverso da quanto accaduto negli anni che hanno preceduto questo diffuso senso d’impotenza che respiriamo; nell’ultimo decennio l’immigrazione netta (europea ed extra) è stata quasi costante, tra i 300 e i 500mila ingressi l’anno.

Siccome però dice che i dati non cambiano la percezione delle persone, io non li metto (li trovate tutti qui e qui), ma se la percentuale di migranti africani in transito verso l’Europa (che conta circa 500 mln di abitanti) è rimasta la stessa dal 2000 al 2017 si può dire che, al di la delle rispettive ansie, questa non assomigli nemmeno lontanamente ad una crisi migratoria.

Qui quella che ha fatto naufragio è la politica che riesce a tollerare i quasi 16mila morti affogati nel mediterraneo: qualche settimana fa l’ONU ha dichiarato che il numero dei morti tra coloro che lasciano le coste africane è cresciuto in modo esponenziale: i morti sono passati da 1 su 38 nella prima metà del 2017 a 1 su sette a giugno 2018.

Per questo ho portato  in Consiglio l’adesione alla Campagna Welcoming Europe con questo documento, perchè è la politica che deve ricominciare a dare segnali di vita. Certo anche correndo il rischio di risultare retorica o di esagerare qualche comunicazione; tutto servirà per risvegliare le coscienze di tutti, per scuotere dall’intorpidimento, dalla propria lettura degli eventi.

E anche mettendo in conto che parlando di migranti qualche voto si potrà pure perdere, ma convinti che lasciando il campo di gioco libero alla destra più becera potrà solo andare peggio, perchè il loro obiettivo è “imporre le proprie convinzioni ai cittadini anche a dispetto dei dati e delle proporzioni, con un ricorso sistematico alla fake news e al tipico complottismo che sempre l’accompagna”, insegnando loro la paura, imponendola come sentimento condiviso.

Il fenomeno migratorio va invece studiato, bene, e poi gestito, non strumentalizzato. Partendo magari da quel che si è studiato alle medie, e cioè che gli stati nazione – come li chiamano loro-  non hanno mai fatto la fortuna dei loro abitanti. Le società e le loro ricchezze sono cresciute con i flussi migratori, non con la conservazione dell’esistente.

Ma soprattutto che:

1) la mobilità è una caratteristica universale dell’uomo; non l’hanno programmata i governanti, è il cammino dell’umanità stessa che tende alla mondializzazione, un cammino che ha prodotto gran parte di quello che oggi chiamiamo progresso grazie alla dimensione planetaria delle grandi civiltà del passato (leggete Balducci).
2) le tante ragioni per cui le persone si spostano – la guerra, la povertà, i disastri ambientali, ma anche solo la curiosità della prosperità – si mescolano in un sistema complesso che la politica non conosce e quindi interpreta a slogan contrapposti. E non dalla primavera scorsa.
3) quando va bene, perchè spesso va male, si addossano tutte le colpe del fenomeno alla povertà, chiedendo quindi un maggior impegno per lo sviluppo della cooperazione internazionale come se questa potesse risolvere il fenomeno. Ma non funzionerà.
4) perchè la cooperazione internazionale non è nata per governare le migrazioni, e questo atteggiamento così affabile, così semplice da gestire nelle nostre riflessioni allo specchio e robusto da indossare, è tossico. E infatti l’Europa stanzia ogni anno grandi cifre per l’economia dei paesi africani meno stabili, ma da quei paesi le persone partono ugualmente, o comunque ci provano.
5) la cooperazione internazionale nasce per riportare in equilibrio le diseguaglianze, per arginare le morti per fame e sete, per migliorare i sistemi che le governano. Per aprire forme di collaborazione stabili, non per costruire recinti, non per chiuderci in una falsa autocrazia.
6) la maggior parte dei migranti del mondo non proviene dai paesi meno sviluppati (meno dell’8% degli arrivi in Europa). E infatti (e quindi) la crescita economica non frena l’emigrazione, che invece stimola, almeno fino ad una certa soglia di reddito. Non appena si hanno i mezzi per farlo si parte. E si parte da Cina (pil 2017 +6.9%), Messico (pil 2017 2.1%) e Filippine (pil 2017 6%). Poi magari si tornerà, come nei paesi dell’America Latina del periodo Brics. Ma intanto si parte e non necessariamente verso paesi occidentali, troppo distanti e diversi.

E’ servito discuterne l’altro giorno, all’interno di una dinamica istituzionale (che vi assicuro è molto diversa da quelle a cui siete abituati), nonostante la rumorosa assenza di gran parte dei consiglieri di minoranza e nel disinteresse dei rimasti, perchè la politica deve e può dimostrare di ambire ad un livello di riflessione superiore.

Quello che dobbiamo cercare di raccontare ai “nostri” (elettori) è che il nostro obiettivo non può essere quello di fermare le migrazioni. Perché sono un fattore di sviluppo, di miglioramento delle condizioni di vita per tutti, sin dalla notte dei tempi. Solo facendo riferimento all’economia, e solo nel 2016, i migranti hanno rispedito ai paesi d’origine quasi 500 mld di dollari, ben più dei 140 stanziati dai governi in cooperazione internazionale. In Italia si parla di 5 mld di €. Ma ne beneficiano le competenze tecnologiche e politiche.

E che se ci fossero canali legali e un sistema efficace per chi è senza permesso questi flussi potrebbero essere gestiti molto meglio. Il clima politico coltivato in questi ultimi anni (ed evidentemente intercettato e ingigantito dall’attuale Governo) esalta e amplifica invece le manifestazioni di una minoranza rumorosa (la maggioranza ha atteggiamenti ben diversi) di elettori anti-immigrati senza accorgersi che ne sarà presto vittima: la politica delle “frontiere chiuse” crea un aumento dell’immigrazione illegale, che provoca un senso di insicurezza fra gli abitanti dei paesi di destinazione, il quale mette a rischio l’integrazione dei nuovi arrivati e quindi il successo delle politiche di governo meno propagandistiche. Con un paese allo sbando ci fai poco.

Le migrazioni si gestiscono, devono essere governate, ma sono un fenomeno positivo, che solo per propaganda riduciamo ad un problema di sicurezza, percepita tra l’altro. E’ assolutamente normale che i migranti si stabiliscano in piccole comunità solidali, avviene da sempre e l’abbiamo fatto anche noi quando siamo emigrati, ma per chi vive di intolleranza non sembra vero che verso sera o nei pressi dei servizi trasversali (quelli che usano tutti) sembra che in giro ci siano soltanto stranieri.

Ma per gestire questi fenomeni di ghettizzazione servono forze, non divieti. E serve una politica capace di condurre, non solo di sedurre.

Ah, nel frattempo l’Italia continua a generare ingiustizia, eh?!
No, perchè magari vi eravate distratti, come vogliono loro

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Autore: marcogallicani

www.gallicani.it

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