“Vieni e discutiamone; mettiamoci a sognare”

Questo articolo è stato scritto per il Circolo Il Borgo di Parma

Parlare di banche a Parma è difficile almeno tanto quanto parlare di calcio.

Parlarne poi da non residente rappresenta una specie di lesa maestà cittadina. Se anzichè oltre il Taro abitassi oltre l’Enza l’articolo potrebbe finire qui, immagino.

Da parmense mi è sempre sembrato evidente come fossero argomenti, quelli del calcio, delle banche e forse anche dei giornali, per i quali nei parmigiani si manifestava una specie di sovranismo implicito e inconscio, argomenti capaci di generare convinzioni così granitiche da riuscire a plasmare un habitus.

Le banche a Parma erano due e si litigavano i clienti a suon di sponsorizzazioni, la squadra di calcio è una come la mamma e il giornale che tutti leggono è la gazzetta.

Come se i tre principi che ancora oggi, secondo l’Istat, guidano i risparmiatori nella scelta della banca (vicinanza a casa, vicinanza all’ufficio e presenza di un conoscente) fossero stati sublimati in un solo comandamento: dev’essere “di Parma”

Nei fatti oggi non c’è quasi più niente di locale nello sguardo che può permettersi la dirigenza centrale della banca locale, mentre la squadra di calcio è di un americano. La globalizzazione è arrivata anche in piazza Garibaldi, alla fine.

Mi permetto allora di proporre un altro punto di vista che aggiunge un elemento ai 3 criteri dell’Istat: vi siete mai chiesti cosa fanno le banche coi vostri soldi? o cosa vorreste che ci facessero?

Una risposta la prendo dal risultato di un focus group sulla clientela under 35 nazionale che è arrivato in Banca nelle settimane prima del Natale, subito dopo l’evento finale di Economy of Francesco. In un rapporto basato su pregiudizi (non mi fido) e continuità (la banca me l’han scelta i miei) rispondono alla domanda “Che cosa ti spingerebbe a scegliere una banca piuttosto che un’altra?”:

1 > strategie di investimento condivise su impatto sociale e ambientale
2 > trasparenza e coerenza con i valori personali
3 > costi operativi equi e progressivi

Gli under 35 italiani non pensano alla banca come ad un’istituzione, sono troppe quelle fallite o inglobate per via del catastrofico modo in cui sono state gestite, ma come un insieme di persone con il quale condividere un percorso, familiare o imprenditoriale, che abbia al centro della propria missione una nuova ecologia integrale, ambientale e sociale.

Leggendolo mi è risuonato in testa l’appello raccolto nella prima fase dal progetto Economy of Francesco: “cambiare gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società”.

Il sistema bancario (anche italiano) invece, tra il 2016 e il 2019 ha investito 2.7 trilioni di dollari per finanziare la produzione di energia da fonti fossili, la più grande banca italiana è ancora pesantemente impegnata nell’estrazione del carbone in Polonia.

Ogni anno le banche facilitano oltre 9 mld di transazioni legate al mercato delle armi. E non si fanno problemi a sostenere finanziariamente paesi che violano sistematicamente i diritti umani.

A voi clienti hanno per caso spiegato qual è stato l’impatto di 1000 € a loro affidato nel 2019? Sapete qual’è il delta tra il guadagno della dirigenza e quello delle ultime assunzioni?

Sapete se hanno sedi o succursali in quei ripari fiscali che chissà perché chiamiamo paradisi? Vi hanno detto se in questo periodo d’affanno hanno usato il credito ottenuto dalla Banca Centrale Europea per aumentare il sostegno all’economia reale, o se l’hanno usato per speculare su listini internazionali mai così distaccati dalla realtà?

La mia banca, che è anche dei tanti parmigiani persuasi in questi 20 anni di attivismo capillare, queste cose non le fa, e non le fa perchè ha scelto di non farle. 20 anni fa ha scelto di fondarsi sui principi della finanza etica: trasparenza e partecipazione, equità ed efficienza, sobrietà e attenzione alle conseguenze non economiche delle azioni economiche.

É una banca strana, Banca Etica, perchè immagina se stessa come un’impresa capace di essere anche un elemento culturale di contaminazione e non di conquista. Vuol dire che il suo obiettivo non è quello di arrivare a festeggiare il centenario, ma di impegnarsi nel cambiamento dell’intero sistema finanziario, ben sapendo che la parzialità del suo percorso ha un valore in se. 

Io ad esempio ho conosciuto Banca Etica (si chiamava Cooperativa Verso la Banca Etica) nel 1996, in un comunicato dell’Agesci spedito agli scout tra mille altri.

Mi affascinava l’idea che gli scout, i miei, potessero dedicarsi a raccogliere il capitale necessario ad aprire una banca, ma non credo avrei aderito con quell’entusiasmo se non fossi stato ingaggiato poi dalle parole di Giacomo Truffelli sull’economia solidale, il settore economico che in quegli anni stava emergendo e che quella finanza avrebbe dovuto sostenere. Mi convinse l’idea cioè che la Banca non avrebbe avuto senso in se, ma come nutriente (alma mater, c’era scritto sul logo della mia Università) di un mondo migliore.

In quest’ottica la banca è già una straordinaria esperienza di successo, proprio perchè non è impegnata nella gara al primato può permettersi di dedicare denaro ed energie a chi sostiene l’abbandono della logica della performance. Banca Etica è l’unica azienda bancaria che gode del sostegno di 90 gruppi di volontari e volontarie, diversamente ingaggiati sui temi dell’inclusione, dell’equità, della giustizia, della cooperazione. Uno per uno sono quasi 45mila.

Se fino a 15 anni fa era quasi impossibile sentire parlare di microfinanza, i bilanci sociali erano un prodotto di marketing e le proposte di finanza sostenibile un prodotto da scaffale, studiato dal commerciale, Banca Etica ha dimostrato che si può fare banca e migliorare il mondo, insieme.

I più scettici sostengono che ci sia ancora tantissimo da fare, l’universo bancario si concentra di mese in mese sempre di più, accentrandosi ed escludendo le periferie, e tra le richieste della piattaforma di Assisi c’è quella di “comitati etici indipendenti e con potere di veto”, evidentemente malfidenti nei confronti dei Consigli di Amministrazione, ma è un dato di fatto che le parole della compatibilità ambientale e dell’inclusione finanziaria sono stabilmente parte del dibattito finanziario. 

Le banche poi sono aziende e come tali dovrebbero essere trattate, cambiandole se non rispettano i principi che ci guidano altrove. Le consolidate dinamiche dei mercati (quelle che papa Francesco chiede di abbandonare) ci spingono a credere che l’unico criterio sia quello del massimo ricavo, ma è come se questo assoluto dividesse la nostra vita in due: una zona dove conta solo il massimo profitto e una zona dove invece posso seguire il mio percorso personale compiutamente. A gran parte della dirigenza della Banca per cui lavoro è capitato di accettare decise riduzioni dello stipendio rispetto alle posizioni lasciate, solo per poter riassumere quella dicotomia.

Se volete capire il perchè potete provare a leggere un po’ di materiale preso da qui.

Autore: marcogallicani

www.gallicani.it

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