Il lavoro nobilita(va) l’uomo

La legge di riforma del Ministro Treu è del 1997, ma nel mondo del lavoro se ne parlava almeno dal 1995 e forse scrivendo che il lavoro nobilita l’uomo si potrebbe aggiungere, perlomeno fino a metà degli anni ‘90.

È probabilmente stato in quel periodo che percorso professionale e percorso umano hanno cominciato a distinguersi e se oggi si chiede ad un ventenne cosa pensa di questa dinamica avrà la reazione di quei pesci che non sapevano cosa fosse l’acqua.

Alla classe media (arricchita) del tempo il lavoro aveva dato benessere e un ruolo sociale, soddisfazioni personali, reti di colleghi che nel dopolavoro erano amici, aveva permesso di pagare gli studi dei figli e il loro divertimento. Era appagante ed era caratterizzante.
Tanto appagante e caratterizzante che la cultura pop inventò la figura dello yuppie e la psicologia scoprì il problema del workaholism.

La classe media (impoverita) del 2022 considera il lavoro come un’esperienza a tempo, nemmeno la più importante della vita, che non si sa bene quando potrà diventare un ricordo e che genera una fatica a volte insostenibile (anche solo da un punto di vista psicologico).
E quindi magari lascia il lavoro per cui si era preparata sin dai tempi dell’università, che aveva inseguito e coltivato con dedizione, a cui aveva sacrificato anche alcune di quelle occasioni che si dice non tornino due volte. 

La classe lavoratrice del 2022 sperimenta l’apartheid economico di chi ha visto il proprio monte ore crescere del 7,8% e il proprio livello retributivo scendere del 2,9% a fronte di trent’anni di crescita più o meno generalizzata. E grazie al grosso contributo della contrazione tra il 2019 e il 2020, non per colpa della crisi del 2008.

E sperimenta dinamiche professionali interne intossicate e cristallizzate, o peggio ancora delineate da tribalismi e opportunità strumentali. Cose che sui bilanci sociali non ci finiscono, ma che lacerano l’esistenza e la salute delle persone come gli inquinanti.

La risposta più probabile di un esponente della classe media di fine novecento (le famiglie erano ancora in larga maggioranza a trazione maschile) al fenomeno delle grandi dimissioni, quell’emergenza statistica per cui nel 2021 quasi 24 milioni di statunitensi e 500mila italiani hanno lasciato volontariamente il proprio lavoro, è che sarà stata tutta gente che se lo poteva permettere. Hanno anche trovato, loro che ancora siedono ai piani altissimi della gerarchia lavorativa, un nomignolo buffo e vagamente antipatico per definire il fenomeno: Yolo, you only live once.

In realtà non è così e infatti la risposta più probabile di un o una (le donne sono finalmente molto più determinanti nel mondo del lavoro) esponente della classe media attuale sta tutta dentro la semantica della disillusione. E in questo senso si, la vita è troppo importante per viverla con cinismo.

La disillusione non è rassegnazione. E infatti non è la compassione verso se stessi a portare verso il fenomeno delle dimissioni, ma la rabbia verso l’immobilità del mondo del lavoro e verso la cultura tossica che ne deriva, profonda trasformatrice della società. Che infatti si sta precarizzando, come già ha fatto il lavoro. Che invece si sta coagulando ai poli, come prima è accaduto alla società.

Chi ha deciso di licenziarsi lo fa perché l’ingaggio che il lavoro dovrebbe naturalmente portare con sé passa sotto la soglia minima considerata sufficiente. Lo notano le analisi che prendono in considerazione lo stato di salute di quelle aziende con una reputazione di cultura sana, robuste nella reputazione e nel management.

Gli studiosi sostengono infatti che i lavoratori valutino e condividano le loro valutazioni attorno alla sostanza della cultura aziendale, della capacità di promuovere la diversità, l’equità e l’inclusione, dell’importanza attribuita e percepita riguardo il rispetto dei lavoratori, dello stress imposto dalla competizione e dal comportamento non etico. Tutte questioni determinanti da ben prima della “Great Resignation”, ma nei confronti delle quali emerge una generica, ma radicale sfiducia nella possibilità di migliorarle. Come se quel motto che appariva volentieri sui balconi adesso suonasse più come un “avrebbe potuto andare tutto bene, e invece è tutto come prima” specie per quell’11,8% dei lavoratori, il 15,6% se si guarda solo la fascia giovanile, che né alla fine della prima ondata né dopo quelle successive sono mai apparsi sui post dei social o negli emendamenti del Parlamento con la qualifica di “eroe”.

Perdere lavoratori non è solo questione di obiettivi mancati, o di fatiche da ricondurre ai processi di selezione, di organigrammi da rivedere. Perdere lavoratori dovrebbe far suonare gli allarmi.

Se infatti una certa alternanza può risultare addirittura pro ciclica, favorevole al ricambio generazionale o anche solo al susseguirsi di fasi nella storia di un’impresa, quando le cause sono più o meno tutte animate dalla medesima stanchezza allora il fenomeno diventa politico. A maggior ragione in un mercato del lavoro depresso come quello italiano che presuppone decine di migliaia di insoddisfazioni tenute in caldo dalle esigenze familiari immediate.

C’è chi sostiene che il fenomeno delle Grandi Dimissioni sia una grande resa dei conti, il ritorno ad una sindacalizzazione dei conflitti, ma c’è il rischio che come ogni guerra anche questa faccia delle vittime. Perchè sarà pur vero che i progetti possono essere più longevi delle singole persone, ma sono le singole persone a spingerli verso orizzonti di lungo periodo e perderne anche solo una a volte rappresenta un momento sismico.

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Autore: marcogallicani

www.gallicani.it

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