La violenza delle mappe

Le strade sono
tutte di Mazzini, di Garibaldi,
son dei papi, di quelli che scrivono
che danno degli ordini e che fanno la guerra.
E mai che ti capiti di vedere
via di uno che faceva i berretti ... [I nomi delle strade]

A Bologna, dentro il Cimitero della Certosa, a poche centinaia di metri dall’ospedale  Maggiore e dallo stadio c’è un monumento dedicato ai martiri della rivoluzione fascista, che non sono i martiri della persecuzione fascista, ma proprio i caduti del periodo in cui il partito di Mussolini guidò il processo il regime liberale italiano verso la dittatura.

Oggi ovviamente quasi nessuno sa che esiste (ed è bene così) ma c’è stato un tempo, ben prima del dibattito da tiktoker sulla cancel culture di questi ultimi anni in cui si discusse del suo futuro e in cui tutto il Paese fu impegnato sui temi della toponomastica e della revisione delle intitolazioni.
Roma, ad esempio,  è stata per 21 anni la capitale di un impero farlocco, ma decisamente marketing oriented e quindi aveva una “via dell’Impero”, una “via dei Trionfi”, un “Foro dell’Impero Fascista”, un viale dedicato a Michele Bianchi, uno a Italo Balbo e una ad Alfredo Rocco.

La cosa non accadde solo in Italia, basti pensare alle polemiche sulle Jugensau tedesche di questi mesi o a tutti i cartelli che argomentano e contestualizzano i simboli nazisti o che al nazismo portarono, ne accadde solo a Roma; dopo la fine della II Guerra Mondiale in tutt’Italia i Consigli Comunali lavorarono per rinominare le vie che i fascisti avevano usato per il loro storytelling cialtrone.

Ne scrivo perché a primavera fece parecchio discutere (… vabbè fece un po’ discutere) la proposta di immaginare un ridisegno della toponomastica cittadina che seguisse i criteri dell’equilibrio di genere. Mi fecero addirittura cambiare una parola del testo (revisione) perché la consideravano troppo presuntuosa, come se scrivendola dessi già per acquisito il risultato della mappatura che invece era ancora da completare.

A leggere il fenomeno nazionale il risultato era ampiamente prevedibile, Fidenza non è un isola rispetto al contesto, ma poi l’ho completata la mappatura, lavorandolo con excel l’elenco delle vie della Città.
Lo metto qui in pdf, se lo si volesse controllare.

Tra le 316 strade della città ci sono eroi del risorgimento, tantissimi, personaggi politicamente schierati, scrittori, ricorrenze, località, artisti e preti. E 14 donne, quasi tutte sante.
Ci sono 224 strade intitolate a uomini (il 70%), 77 dedicate ad episodi storici o che ho potuto riconoscere come neutri (il 24%) e 14 che ricordano donne, il 14% del totale. Qualche scienziata, qualche politica, qualche santa e l’onnipresente principessa del Ducato.

Come dicevo a marzo bisogna decidersi a capire che i nomi delle nostre strade non sono innocui elementi urbani, non lo erano per i gerarchi del ventennio e non lo sono oggi, non lo sono qui come non lo furono in alcun luogo abitato. Non servono solo ad orientarci, ma hanno un forte potere simbolico, perché sono racconti, sono sempre stati tentativi di costruzione di un sentimento condiviso.

Tentativi che funzionano: è stato dimostrato il legame tra la presenza di figure femminili nell’odonomastica cittadina di alcune comunità spagnole e gli atteggiamenti più egualitari in termini di emancipazione femminile.

Io non voglio dire che a Fidenza le donne sono state marginalizzate per colpa della toponomastica, e il risanamento dello squilibrio di genere non risolverà il disastro delle nostre città maschiliste (che non è il contrario di femminista, ricordarlo non fa mai male), ma è chiaro che anche questo è un prisma dell’arretratezza culturale nella quale versa il Paese. Una situazione che è causa, non effetto, della violenza contro le donne.

La stessa sensibilità si trova in alcuni movimenti che mappano la toponomastica razzista negli Stati Uniti, dove ancora oggi si trovano una Mulatto bay o un Negro Creek, in Oregon. O ancora un paese che si chiama Dead Negro Branch, (letteralmente ramo a cui appendere il negro morto) in Louisiana.
Laggiù però esiste un ufficio federale che ha il compito di scovare questi refusi della storia e di cambiarli, coinvolgendo i cittadini e le cittadine in un percorso di consapevolezza che li porti a capire la vera motivazione del cambiamento, che non è una rivincita rispetto ad una storia passata, ma un vero e proprio esame della consapevolezza collettiva su un argomento. Perchè si, le società vivono, devono vivere un’evoluzione culturale continua, quando non accade, quando l’unico collante di una comunità è la nostalgia è perchè quelle comunità, quei collettivi informali stanno morendo.

Anche perchè al contrario le devianze sono molto brave a prendersi la scena senza chiedere il permesso. L’Istituto Parri ha potuto osservare un evidente aumento di commemorazioni del ventennio fascista a partire dagli anni ‘90, in varie zone di tutta Italia, in coincidenza con l’arrivo al Governo della destra di Alleanza Nazionale.

Autore: marcogallicani

www.gallicani.it

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