Le uova buone per lo zabaione

scritto per Eureka Street, periodico dell’associazione Amici della Vecchia Talpa.

photo

Casa, piazza e bar, e poi chiesa, o sede dell’associazione preferita. Fino a non tantissimi anni fa il territorio di un paesone di provincia (Fidenza è un gran bel paesone di provincia) si riassumeva in pochi spazi. E probabilmente vicinissimo a questi spazi ci saranno stati agricoltori pronti a vendere (o regalare) i loro prodotti a chiunque cercasse qualcosa di “genuino” o “fresco”. Oggi il figlio di quel cittadino il legame diretto ce l’ha probabilmente con la carta fedeltà del supermercato, e – al netto delle ovvie eccezioni – il rapporto tra produttore e consumatore viene filtrato da grossisti e distributori in gran quantità.

Spesso questi passaggi sono un bene perché ci sono regole precise da seguire, per arrivare sulle famose tavole degli italiani. Ma spesso non è sempre, e per avere le uova buone per lo zabaione oggi è più utile chiedere a qualche amico che in campagna ci abita ancora, e magari ci lavora, più che andare al supermercato.

La necessità di accorciare il collegamento tra chi produce (o coltiva) e chi consuma o distribuisce oggi la chiamiamo “filiera corta”, ma se la leggete solo come una strategia per accorciare il percorso delle uova e quindi per contenerne il prezzo non ne avete colto (certo per colpa di chi scrive) il valore più simbolico, che l’esempio al primo paragrafo voleva sottolineare. Anche perché se il problema fosse “solo” il prezzo, ecco forse su internet ce la potremmo giocare anche meglio. E se il problema fosse “solo” la genuinità chi vi dice che in una sperduta vallata della patagonia non producano uova buone il doppio di quello che anche solo v’immaginate?

Accorciare la filiera non significa solo limare i costi che spettano agli intermediari perché il rapporto tra produttore e consumatore può essere invece – soprattutto direi – una nuova alleanza, l’esperimento per un nuovo modello economico, laddove questo che stiamo scontando evidentemente segna i suoi limiti più grossolani.

Ne è esempio lampante la stagionalità, perché il nipote del cittadino succitato probabilmente non lo sa se le zucchine sono di Ottobre o di Marzo, tanto al supermercato ci sono sempre, o quasi.

La filiera corta è quindi una pratica economica che riconquista il suo valore sociale, laddove sociale ed economia vengono tenuti sempre più distanti. E la filiera corta valorizza le risorse e i beni locali per integrarli con quelli degli altri, di territori. Già, perché la filiera corta è la cosa più lontana dal localismo (pre-razzista) che possa venire in mente a noi nati in un paesone di provincia. Non si tratta di privilegiare i lavoratori di Coduro a scapito di quelli di Vernasca, ma di stabilire con quei lavoratori (specialmente con gli agricoltori) un nuovo rapporto di cittadinanza. Perché entrambi sono custodi di un territorio che senza il loro contributo rischia di essere solo spolpato. Il problema è che in quel territorio spolpato poi ti ci tocca vivere.

Poi certo consumare cibo locale permette di rispondere alla crescente domanda di freschezza, genuinità e sicurezza di ciò che mangiamo. Ma è una conseguenza di qualcosa di più ampio.

A Fidenza qualche anno fa l’hanno intuito anche quelli che han fondato il primo Gruppo d’Acquisto Solidale italiano. Gruppi di cittadini (nel frattempo in Italia son diventati quasi 10mila) che – collettivamente, anche per spendere meno – gli allevatori o i coltivatori se li vanno proprio a cercare, se li coccolano, li chiamano a raccontare quel che fanno, li sperimentano e li vivono da vicino, spesso riscoprendo prodotti che il mercato aveva spinto fuori dalla tendenza, come successo per le farine di Pederzani, a Pieve di Cusignano, o sostenendo prodotti che lo stesso mercato considera fuori norma, perché troppo locali o troppo raffinati. A volte si spingono addirittura a prefinanziarli,i loro produttori preferiti, sostituendosi alle banche, che il loro mestiere preferiscono farlo sulla Borsa di Londra.

I Gas, che non a caso si stanno sempre più spesso organizzando in Des (distretti di economia solidale, che al coordinamento dei cittadini consumatori aggiungono i produttori e i fornitori di servizi), stanno pian piano rivoluzionando il mercato dell’agricoltura e ormai ogni grosso paese (anche Fidenza) ha il suo mercato del contadino (farmers market, lo chiamano gli anglofili). Molti hanno piattaforme per gli ordini online, cooperative di appoggio per la piccola distribuzione organizzata, e così via, in crescendo.

La cosa che colpisce di questo modo d’intendere la filiera corta è che più ce n’è meglio è, perché in fondo qui, nel bel paesone di provincia che si chiama Fidenza stiamo sperimentando una nuova economia come lo stanno facendo altri e, ale netto delle rispettive competenze, non c’è uno che la sa più lunga degli altri.

Autore: marcogallicani

www.gallicani.it

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.