Le cose che abbiamo in Comune

scritto per Eureka Street, periodico dell’associazione Amici della Vecchia Talpa.

EUREKA STREET30aprileEbookLe città cambiano e molto spesso lo fanno così rapidamente che la classe politica – e spesso gli stessi cittadini – non ne tengono il passo. Cambiano sotto molti punti di vista, ma in questo periodo è evidente che l’aspetto più mutevole è quello economico.

Cambiano durante il giorno perché di lavoro ce n’è meno, e perché pure lui cambia e – a parte gli eterni professionisti del caffè delle 11 – in giro non c’è più quel via vai che faceva tanto “comune”. Ci sono i pensionati, e i poveri, che poi poveri non vogliono essere chiamati, ma che ormai – se Fidenza è specchio di una statistica nazionale – sono l’11,1 per cento dei residenti. Sono disoccupati, famiglie mono parentali (specialmente quelle il cui capofamiglia è una donna), le persone anziane ed isolate (anche in questo caso prevalentemente donne), le famiglie con molte persone a carico, gli immigrati e le minoranze etniche.

E cambiano durante la sera e il fine settimana tanto che la delega alla sicurezza si è ormai trasformata in un’installazione compulsiva di telecamere che registrano l’inevitabile. Senza poter poi far molto per correggerlo.

Si dice in giro che sia la crisi globale ad aver dato il colpo di grazia ai nostri paesi, ma in verità l’ostinazione nel definire la crisi finanziaria iniziata nel 2007/08 come un fenomeno “globale” fa parte del nostro storico egocentrismo. Al contrario, si potrebbe tranquillamente definire – e all’estero lo fanno – come “crisi atlantica”. E’ una crisi del modello di sviluppo, scelto ed attuato dai Paesi occidentali, che si è manifestata attraverso il suo settore più ipertrofico, quello finanziario. Nei fatti non è solo una crisi finanziaria e forse neanche prevalentemente finanziaria.

L’economia ”reale”, quella che crea ricchezza e non si limita a trasferirla, sta cambiando velocemente e la tendenza dell’Oriente a superare l’Occidente pare priva di freni, a tutto il 2012. Anche per colpa di una classe dirigente che è smarrita, incerta e si aggrappa disperatamente all’ideologia neoliberista, quella che la difende con maggiore slancio. Si potrebbe definire “sudditanza culturale” se non fosse che molto più prosaicamente è molto più spesso un misto di inefficienza, incompetenza e clientelarismi.

Per far fronte a questo scenario si può guardare a cosa succede altrove, per capire come anticipare i fenomeni, o semplicemente copiare qualche soluzione particolarmente intelligente.

In molte zone degli Stati Uniti d’America, dove – nonostante tutto – ancora oggi si anticipano le tendenze che vivremo noi europei, specie nel nord est che nel corso del XX secolo aveva costruito la propria identità sulla massiccia industrializzazione, ci sono città che stanno vivendo un’agonia economica, sociale e demografica mai vista. Nel 1984, quest’area geografica degli Stati Uniti d’America fu denominata dal candidato democratico alle presidenziali Walter Mondale “Rust Belt”, letteralmente “cintura di ruggine”, alludendo sia alla localizzazione topografica delle grandi fabbriche manifatturiere sia al loro stato di abbandono conseguente al declino industriale. La descrive bene Alessandro Coppola nel suo ultimo “Apocalypse Town: cronache dalla fine della civiltà urbana (Laterza 2012)” : «Nei deserti urbani delle città che crearono il mito del ’900, curarsi e fare la spesa, studiare e spostarsi, lavorare e andare al cinema è diventato incredibilmente difficile, talvolta impossibile».

In queste città si sta sperimentando la “nuova economia”, che non è solidale, sociale o aderente a categorie accademiche precostituite, ma è semplicemente “reale”. Fioriscono gli orti urbani, sboccia un’economia della decostruzione (quando non della demolizione) e del riuso, s’impara a gestire in modo intelligente il declino (lo chiamano smart shrinkage e ha un significato molto simile a quello della decrescita , ma suona meno spocchioso). Si riscopre l’importanza della fede, della solidarietà e dei legami di rete. Il mercato immobiliare viene re-inventato da chi non può permettersi di emigrare. Sono città in cui la finanziarizzazione dell’economia moderna ha significato il declino della stessa identità sociale, urbana. Per questo sono simbolo del punto zero, del crollo di un intero modello di sviluppo. Qui persino la natura sta riconquistando i suoi spazi, anche quelli che un tempo erano riservati al grande affare immobiliare e che sono stati riconvertiti persino demolendo quel che c’era (perché anche nell’economia immobiliare la quantità va a discapito della qualità) e che assomigliano a quelle zone della Germania dove un centro storico vitale e sempre più verde è circondato da nuclei abitativi più o meno densamente popolati, intervallati da appezzamenti restituiti alla natura e all’agricoltura.

L’economia reale di queste zone insegna che trovarsi ai margini dei grandi flussi delle nuove culture globali potrebbe non essere più il problema da risolvere, ma la grande occasione da non sprecare, un’opportunità per essere creativi, anche in rapporto ad alcune questioni che l’umanità deve affrontare, a partire dalla crisi ambientale. La rinascita di queste società, aiutata anche dagli incubatori d’impresa pubblici, afferma il successo dell’intervento (minimo) della pubblica amministrazione nell’economia. Il contrario delle politiche di dismissione del patrimonio pubblico (variamente inteso) che se soltanto fossero destinate a progetti di occupazione giovanile e impresa sociale porterebbero nuovo sviluppo.

L’economia “reale” afferma l’importanza della “buona” finanza come motore di uno sviluppo differente e possibile. Se a livello di sviluppo zero esistono solo i mercati – che spesso sono informali – e la finanza non esiste, e non esiste credito o garanzia di qualsivoglia natura, a livelli di sviluppo crescenti – o comunque intermedi – la finanza gioca un grande ruolo di ossigenazione. Ci si può indebitare con le banche, accreditare presso i consumatori o chieder loro di partecipare al destino dell’impresa acquistandone azioni o titoli di debito. Il legame con l’economia reale è forte e imprescindibile al punto che la distinzione fra questa e l’economia finanziaria, in realtà, non c’è.

Il secondo scenario è più nostrano.  Capannori è un comune molto vicino a Lucca. Nel nord della toscana, per intenderci. È un po’ più grande di Fidenza, circa 40mila abitanti, ma insomma, decisamente non è una metropoli e quindi non ne ha le risorse.

A Capannori il 23 Marzo è iniziata un’esperienza di democrazia diretta per cui 90 cittadini saranno coinvolti dall’amministrazione ad elaborare progetti per il territorio per un importo di 500.000 euro. Cioè discuteranno e decideranno opere che tutti gli abitanti poi dovranno confermare con il voto e il Comune realizzare. Tutti, comunque potranno partecipare ai loro incontri in rete e potrà utilizzare twitter per fare domande ai tecnici del Comune sui temi affrontati di volta in volta.

Ottanta di loro sono sorteggiati dall’anagrafe comunale e 10 scelti in rappresentanza di diversamente abili e stranieri. Si perché quello della popolazione straniera è un bel paradosso tutto italiano: a Fidenza ci sono 2748 persone (su 25521) che l’Istat ha conteggiato, incluso nel calcolo della popolazione che stabilisce – ad esempio – la torta dei seggi da spartire, e che però non votano per quei seggi. E che si vanno ad aggiungere, senza volerlo, alla schiera del maggior partito delle ultime elezioni politiche, quello dei non votanti, delle schede bianche e nulle che sono 13 milioni e 841mila alla Camera (27, 28%) e 12 milioni 617 mila al Senato (27,15%).

Capannori ha un bilancio sociale (Bilancio socio partecipativo, lo chiamano), una politica sui rifiuti che punta al loro azzeramento per il 2020, partecipa (assieme ad altri 4 Comuni europei) al progetto CAP (Piano D’azione) contro la crisi, che cerca di incentivare lo sviluppo rurale, gli scambi culturali relativi alle buone pratiche e la valorizzazione delle risorse agricole e il loro legame con il turismo enogastronomico, ha una politica per gli alloggi pubblici che valorizza la bioarchitettura, un progetto per la promozione del centro storico che somiglia molto a quello della più vicina Forlì, e molte altre cose. Tutte da studiare. Anche solo per replicarle.

Autore: marcogallicani

www.gallicani.it

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