La pace è politica

"La guerra è merda, sangue, morte e dolore" (G. Sicuro)

Le armi fanno politica.

Accade all’interno di quei Paesi dove uccidono le persone nelle scuole o nei supermercati, sia all’esterno, tra Paesi che continuano a pensare che la guerra sia solo la prosecuzione della politica con altri mezzi, nel 2022. 

Le armi fanno politica perché la fanno facile, e l’umanità da sempre odia la fatica. Ogni giorno migliaia di persone sono uccise o 

ferite e la maggior parte sono civili, non solo nelle guerre dichiarate, ma evidentemente anche per le strade, nei “conflitti” che causano i tre quarti dei decessi da violenza armata.

Le armi fanno politica perché i governi di molti Paesi le usano per reprimere proteste di persone disarmate e pacifiche che pretendono il rispetto dei fondamentali diritti umani.

Le armi fanno politica perché sono un mercato enorme, che mette in rete un’altrettanto enorme quantità di mercati minori e interessi privati; nel 2021 le spese militari mondiali hanno raggiunto l’impressionante cifra di 2.100 miliardi di dollari e registrato il settimo aumento consecutivo, e dentro questo 7 ci sono i 2 anni che hanno fermato il pianeta durante la pandemia Covid19.

Perché la politica delle armi non si ferma davanti a niente: l’esercito degli Stati Uniti da solo inquina come 140 Paesi, ed è il 47 produttore mondiale di gas serra, più del Portogallo.

Le armi sono un mercato che non risente mai delle crisi di produttori e compratori, per i primi perchè sono una fonte di entrate tutto sommato facile, per i secondi perché i soldi per le armi si trovano sempre. Solo negli ultimi anni è successo che la Cina fornisse munizioni e armi al Sudan, al Sud Sudan e alla Repubblica Democratica del Congo, stati tutti belligeranti tra di loro, la Francia alla Libia di Gheddafi e poi ad Al Serraj e Khalifa Haftar, al Ciad e alla Siria come la Russia e l’Inghilterra che ne ha vendute allo Sri Lanka e all’Arabia Saudita. E potremmo continuare fino allo sfinimento. La sola guerra in Afghanistan ha ucciso oltre 46 mila civili e sia costata 2300 miliardi di dollari agli Stati Uniti (fonte) e  8,9 miliardi all’Italia (fonte).

Le armi fanno politica perché attirano sui loro mercati la finanza, che è un attore politico pubblico e privato. Le aziende produttrici di armi hanno bisogno di servizi bancari sia per le consuete operazioni commerciali, sia per trovare finanziamenti speciali per lo sviluppo di nuove armi, l’esportazione in nuovi mercati e la competizione in un settore eminentemente privato.

La finanza infatti predilige la guerra perchè le permette di guadagnare molto. Se così non fosse non avrebbe motivo per restare su un investimento potenzialmente inutile. La finanza globale non ha obiettivi diversi dal guadagno, nemmeno se questo comporta la distruzione di un Paese o del pianeta intero: dal 2016 al 2021 le 60 maggiori banche al mondo hanno investito 4,6mila miliardi di dollari nei combustibili fossili di cui 742 miliardi solo lo scorso anno. 

La situazione delle banche italiane viaggia in parallelo: in particolare Intesa Sanpaolo ha raddoppiato durante l’ultimo anno il suo investimento annuale nell’espansione degli idrocarburi passando dai 635 milioni di dollari del 2020 a 1,24 miliardi nel 2021 per un totale di 5,47 miliardi investiti negli ultimi sei anni. (fonte) E molti di questi servivano per finanziare imprese che volevano farci credere che non c’era nessuna emergenza climatica.

Sono almeno 20 anni che la gran parte dei Paesi del mondo aumenta le spese militari per accreditarsi nella politica della deterrenza, la costituzione cioè di un apparato militare paragonabile a quello di un nemico attuale o potenziale. Ci si prepara alla guerra per non doverla mai combattere: solo che poi i nervi saltano perchè nessuna condizione di pace che voglia dirsi stabile può essere stressata da un continuo e perenne stato di tensione dell’insicurezza e della paura. 

Così accade che le guerre bisogna combatterle per davvero, meglio se lontano dai confini nazionali. E improvvisamente le armi sono indispensabili perché l’emergenza chiama ad azioni urgenti.

Ma la storia ha dimostrato più volte che la presenza delle armi in situazioni di conflitto non porta alla stabilità e non contribuisce necessariamente a una resistenza efficace. É la storia dell’Iraq, ma anche quella dell’Afghanistan.

Il marketing ci mette poi il suo giocandosela coi numeri simbolici come il 2% (del Pil), la percentuale tonda convenzionalmente da dedicare alle spese militari, una cifra inutile come gran parte delle stime prive di giustificazione. Nessuno sa a cosa serva quel 2% che in quanto parte del Pil include evidentemente anche l’economia privata, e soprattutto nessuno ha la possibilità di prevedere il pil dei prossimi anni, quindi è il 2% di un numero che si costruisce di volta in volta e quindi deve essere in costante revisione.

E anche commettendo grossolane cialtronate, come quando si è diffusa l’idea della Z come simbolo dell’aggressione all’Ucraina. Era solo una sigla che serviva ad indicare i carri provenienti dal Distretto militare occidentale (Zapadnyj in russo), ed è diventata un marchio registrato da Russia Today e l’emblema della distruzione delle città ucraine.

La pace, invece della guerra, dovrebbe essere la premessa della sicurezza, e quindi dovrebbe essere la pace a meritare percentuali di finanziamento. Nel corso dell’ultimo secolo le campagne di resistenza nonviolenta sono state più del doppio più efficaci delle loro controparti violente nel raggiungere i loro obiettivi. (fonte). La stessa Ucraina ha una storia molto significativa di resistenza nonviolenta, come quella che attuarono con la Rivoluzione arancione del 2004 o la Rivoluzione di Maidan del 2013-14.

Il segreto è nella capacità della pace di attirare il sostegno dei cittadini, il cui attivismo prende la forma di proteste, boicottaggi, disobbedienza civile e altre forme di cooperazione nonviolenta. Sono dinamiche lente, ma solide, che fanno capire quanto sia dimostrabile che le premesse per evitare la guerra vanno fatte crescere per tempo, politicamente. Esattamente il contrario di quanto fatto già nel 2019 dal presidente Putin che violò gli accordi del trattato INF (“Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty”) senza destare alcuna reazione particolare negli Stati occidentali se non l’ovvia conclusione di considerare fallito l’accordo alla base del trattato. 

Se non si riflette sulla guerra evidentemente le metastasi che le precedenti hanno creato continueranno a crescere e a diffondersi, lasciando poi alla sola emergenza il tempo di eradicarle, spesso inefficacemente, quasi sempre con nuove guerre.

La politica è l’anima del disarmo, non il solo smantellamento dei forzieri. Sono questi sforzi che aiutano a separare i regimi dalle loro principali fonti di potere e producono risultati notevoli.

La resistenza nonviolenta, il progetto dei Corpi civili di Pace europei, sono strumenti che favoriscono le democrazie più durature e internamente pacifiche, che hanno meno probabilità di regredire in una guerra civile o di innescare guerre per procura o verso Paesi esterni. 

La pace globale ha bisogno di nonviolenza e di un controcanto capace di dar voce alle esperienze di resistenza civile, che sono progetti complessi, bisognosi di competenze, di informazioni e azioni, personali e politiche. E ha bisogno di una costante opera di educazione alla pace.

Autore: marcogallicani

www.gallicani.it

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