In lode dei mai contenti

«I campioni li riconosci da come ti ringraziano per le critiche.
Di fronte alle critiche si hanno infatti due possibilità:
ci si può irritare e poi detestare chi le muove
oppure le si può studiare per provare a migliorarsi,
e non solo per accontentare chi ci ha criticato, ma per tutti».

(N. Alessandri, Technogym)

Forse non tutti sanno che cosa sia il negativity bias.

Magari invece si, ma io l’ho scoperto solo quando ho dovuto coordinare una conferenza di Telmo Pievani, che è un filosofo evoluzionista capace come pochi altri di spiegare le cose per farle capire a chi le ascolta, e non invece per fare il figo.

Parlo del bias della negatività perchè c’entra con molte delle cose che scrivo e faccio, ma soprattutto c’entra con il fatto che a volte la Paola, mia moglie, mi chiama pentolone; dice che borbotto.
Il bias della negatività è una deviazione del processo mentale di giudizio che fa sì che, in una situazione in cui eventi avversi e positivi sono della stessa entità, percepiamo quelli negativi più intensamente producendo una risposta emotiva amplificata.

I bias psicologici ci capitano quotidianamente solo che non li chiamiamo così.  Quando, per esempio, in una discussione ci affezioniamo a chi ha le nostre idee, ecco quello è un bias di conferma, una distorsione che consiste nel selezionare le informazioni possedute per poter attribuire maggiore credibilità a quelle che confermano le nostre convinzioni.
E, viceversa, ignorare o sminuire quelle che le contraddicono.

La polarizzazione che sfibra le nostre comunità nasce grosso modo lì.
Che uno poi dice che i filosofi sono barbosi, ma Kant questa cosa l’aveva spiegata a fine ‘700.

Comunque di bias della negatività ce ne sono di 4 tipi, ma se volete approfondirli c’è Wikipedia. Google ovviamente pesca con le bombe a mano ed è strapieno di confusione sul tema e di pagine che insegnano come superarlo perché il mantra del nostro tempo è quello di essere positivi, cool. Di rispondere sempre che “va tutto alla grande, perché la felicità è un metodo”.

Che è una sonora stronzata, perchè qui si parla di tutto tranne che dell’esser fighi all’informal friday. Il “non esser mai contenti” è un meccanismo evolutivo potentissimo che ci trasciniamo da millenni, ed è una risorsa fondamentale che ha spinto l’umanità verso il superamento dei limiti quotidiani. 

Così come sono scemenze quelle frasi fatte che si usano nelle riunioni importanti per cui “l’ottimo e nemico del bene”

Solo la ricerca dell’ottimo può produrre il bene. Perché soltanto le richieste radicali muovono in avanti le società, che poi ne accoglierà solo una parte e procederà per gradi, ma in ogni modo sarà spinta a procedere.
E non è questione di metodi o di visioni poetiche, è proprio che funzioniamo così, noi mammiferi bipedi.  Nella steppa euroasiatica era decisamente più importante ambire a qualcosa di meglio piuttosto che fermarsi al primo obiettivo raggiunto.

Quando dico che questa cosa è importante per quello che faccio è perchè  in moltissime cose che ho fatto l’ingratitudine e l’inadeguatezza sono state risorse politiche indispensabili, la cifra di persone capaci di vedere oltre l’immediato, di saper progettare, persuadere e ingaggiare altre persone.

Persone spesso fastidiose per i potenti del momento, ma persone dal valore inestimabile nel lungo periodo. E non solo per la politica che si fa nelle istituzioni, ma anche per quella che si vive nelle associazioni, nelle imprese, cooperative o meno.

É quando si comincia a sentire l’odore della speranza che è necessario alzare l’asticella delle richieste.

Il fenomeno contrario è la normalizzazione, che è poi quella che anima l’atteggiamento conservatore, che è mitizzata dal revisionismo nostalgico che la cristallizza dividendo noi da loro. E raccogliendo consenso con il badile.

Ma io l’ho detto molte volte, preferisco la rivoluzione. 

Autore: marcogallicani

www.gallicani.it

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