Abbiamo aiutato gli altri

La prima fase della pandemia lo ha ri-manifestato ma c’è un filo che ci collega gli uni agli altri, lo aveva presente Renzo Piano quando richiamava l’esigenza di rammendare la società. Io me ne occupo sul lato economico, per lavoro e passione.

Il nostro tessuto comunitario, sempre più privo di slancio, come fosse vecchio senza averne la saggezza, era in crisi già da tempo, strattonato da una classe dirigente pubblica e privata in larga parte inutilmente rumorosa, una cultura media sempre a cavallo tra cinismo e familismo ed un’informazione fatta di slogan troppo spesso copia incollati.

Negli anni erano diventati invisibili, forse si erano proprio nascosti,  gli uomini e le donne fragili e quelli che lo sono solo in potenza, come gli anziani soli, i malati, le famiglie in difficoltà economica o non ancora integrate nei nostri costumi e nelle nostre abitudini. 

La pandemia (e le misure di restrizione che hanno provato a contenerla) han sottoposto le vite di tutti a una compressione insopportabile e oggi sono in molti ad essere oltre la soglia di attenzione. Cambiando anche la narrazione del nostro esser società in modi che stupiscono.
Avete notato come oggi parlare di sicurezza significa quasi esclusivamente parlare di sicurezza sanitaria? Fino a prima della pandemia la sicurezza era quella che serviva per contrastare le migrazioni, la criminalità metropolitana, i senzatetto.

Aiutano gli altri ha provato a ricollegare i fili del nostro tessuto comunitario partendo da una situazione che richiamava all’emergenza, ma senza limitarsi a gestirla come invece sanno già fare benissimo le organizzazioni di protezione civile. Se il solo bisogno fosse stato quello di portare la spesa a casa delle persone non ci sarebbe stato bisogno del progetto Aiutano gli altri.

Faccio 2 considerazioni che sono state per me e per noi due rivelazioni:

1) la prima l’ho già introdotta, Aiutano gli altri ha fatto scoprire a molte persone che anche in Comuni come Fidenza (di cui è fatta l’Italia, un Paese dove le metropoli sono pochissime) ci sono persone che non si conoscono anche all’interno del proprio condominio. L’esempio è reale.
Vaclav Havel parla di “Arte dell’impossibile” quando descrive i tentativi di ricomporre le spaccature di una società profondamente divisa. Noi siamo una società profondamente divisa.

2) la seconda è che abbiamo dimostrato a tante persone che non è vero che la libertà è necessariamente individualista e che si può essere liberi proprio aiutando gli altri. Abbiamo ricevuto, con poche e limitate richieste, moltissime disponibilità persone che erano completamente al di fuori di qualsiasi percorso movimentista o strutturato da una linea di pensiero. Persone a cui probabilmente nessuno ha mai chiesto di fare quello che hanno scoperto di saper fare. Persone che andrebbero coltivate proprio per riconnettere le terminazioni nervose della nostra società stremata, nel dopo pandemia.

Probabilmente oggi un progetto come aiutano gli altri farebbe più fatica a ritrovare lo stesso slancio perché la prima quarantena è stata davvero vissuta come un’interruzione, come quando improvvisamente, di notte, in una città di pianura nevicano 50cm di neve, mentre la seconda è stata approcciata in modo diverso soprattutto perché in estate lo slancio della prima non è stato incanalato verso una volontà ricostitutiva.

Oggi la situazione è decisamente più straniante perchè siamo di fronte a decessi che non si raggiungerebbero nemmeno in seguito a una (o più) catastrofi naturali, l’atmosfera surreale rimane caratterizzata soprattutto dalla naturalezza con cui si passa dal “uno dei miei potrebbe morire domani” al “chissà quando riaprono i pub”.

L’assenza può creare assuefazione: la “ricostruzione” della vita sociale e culturale non sarà cosa semplice, e passerà soprattutto da noi.1

Autore: marcogallicani

www.gallicani.it

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