La politica tra processo e prodotto

Nel 2005 la Nestlè se ne uscì con una caffè certificato Fairtrade, il marchio del commercio equo. La stessa Nestlè sotto boicottaggio tipo da 30 anni colpevole di promuovere aggressivamente il suo latte in polvere specialmente nei paesi poveri, dove le campagne a favore del late materno dell’Oms arrivano più a fatica.

Mi ricordo la furibonda reazione di Poletti, allora presidente di Fairtrade Italia […]

Nestlè cercava di entrare nella nicchia dell’economia solidale, quella disciplina che si è guadagnata con tanta fatica e partendo dalle buone pratiche uno spazio, anche di riflessione accademica, dentro e attraversando la classica tripartizione tra Economia di Stato, di mercato e terzo settore, contaminandosi e trasportando dentro la sua esperienza economia informale, sociale e cooperativa.

Tra l’altro il 9 novembre 2019 a Parma è cominciato il percorso di promozione delle opportunità che la nuova legge sull’Economia solidale regionale, la prima deliberata in Italia da una Regione, frutto di una stesura collettiva e di un percorso partecipato, che prevede tavoli di coordinamento (3 per la precisione, Forum Tavolo e Osservatorio), fondi per il finanziamento di imprese start up e occasioni di promozione diffusa. Una cosa di cui andare fierissimi.

Ma adesso parlo di economia solidale perché dentro c’è uno stile con cui io sto in fissa da almeno 20 anni, e ne ho 45: l’Economia Solidale è un modello, un processo molto più che un prodotto, che mette insieme teoria e pratica come non ne conosco altri.

Ed è per questo che ha valore politico; non basta, e lo dico a mo’ di provocazione perchè evidentemente nessun partito potrebbe smarcare questo elenco senza mentire:
– promuovere i beni comuni e le risorse del pianeta (assicurandone l’utilizzo collettivo e sostenibile a beneficio delle comunità e delle generazioni future) 
– difendere i diritti fondamentali di ogni essere umano (in particolare quello di soddisfare i propri bisogni essenziali)
fondarsi su relazioni e su modelli collaborativi (sviluppandosi nelle reti)
– promuovere una trasformazione sociale (regolando e limitando il ruolo dei meccanismi di mercato)
tutelare il lavoro, le conoscenze e le competenze.

Paradossalmente questo manifesto politico scritto intanto che si lavora non servirebbe a niente se non lo si fosse raggiunto attraverso una dinamica capace di valorizzarlo. Se non contasse il processo molto più che il prodotto finale. Se non contasse il come oltre che il cosa.

Nell’Economia Solidale questo accade, come non invece nella dinamica politica contemporanea, dove il leader riassume il tutto, manco fosse una sineddoche.

Provo ad essere ancora più chiaro facendo due esempi:

1) a fine ottobre in Abi (l’ass. bancaria italiana, la cosa più simile ad un nido di cattivoni che mi venga in mente, al volo) hanno celebrato la giornata del risparmio e uno di loro, un pezzo grosso del mondo finanziario italiano si è giocato un bel pezzo del suo intervento su questo testo (clicca sull’immagine per capire). E giù tutto uno scrosciare d’applausi, che sembrava che i banchieri fossero venuti per spellarsi le mani. Magari le stesse mani che un minuto dopo avrebbero deciso di finanziare un gigantesco progetto fossile nell’Artico siberiano che sarà in grado di produrre 19,8 milioni di tonnellate di gas liquefatto all’anno con impatti sul clima incalcolabili, oppure quelle che avevano appena finanziato qualche produttore di bufale, a caso.

Si chiama “Capitalismo etico” ed è una gigantesca presa per il c…
Un altro:

2) l’11 novembre la città di Ferrara ha deliberato la cittadinanza onoraria a Liliana Segrè, da pochi giorni sotto scorta per via dei quasi 200 insulti razzisti quotidiani ricevuti. Ferrara è governata da un sindaco della Lega  dalla primavera scorsa e uno dei suoi maggiori consulenti e consiglieri è famoso per  i suoi video con la pistola o in cui invoca un “trincia-rom” sul Suv. La mozione è stata approvata all’unanimità quindi il suddetto ha votato come me sulla richiesta di cittadinanza proposta dal mio Sindaco.

Ecco, io credo di averlo scritto dappertutto, ma chiunque abbia avuto a che fare con un bambino e la sua educazione lo può confermare: se vale tutto allora non vale più niente. Se vale solo il prodotto a prescindere dal processo chiunque potrà soddisfare le richieste di una parte senza sentirsi coinvolto dalle dinamiche che han generato quel bisogno. Come dire: “Volete il commercio equo? e io ve lo metto sullo scaffale, di fianco a quello che è esattamente il suo contrario. Manifestate contro i cambiamenti climatici? Anch’io, guardate !!”

Viviamo in un mercato globalizzato dove i cattivi veri sono molto più cattivi dei cattivi sovranisti a cui dedichiamo tanta attenzione . E lo sono dai tempi in cui ci sembrava figo che i fighi dei film fossero quasi tutti finanzieri.
Gente che ha abbondantemente contribuito alla sproporzionata diseguaglianza che ha generato il razzismo attraverso un modello, un processo molto più che un prodotto, che ha trovato il suo migliore alleato nei decisori politici sempre meno ancorati ad una chiara visione della società, sui quali ha potuto liberare le sue pressioni lobbystiche.

Tra le tante la principale delle mancanze di questa classe dirigente è quella di non saper maneggiare l’insieme, con un processo molto più che con un prodotto che li renda autorevole controparte di quel mondo li, dove vale qualsiasi cosa possa essere utile all’immediato.  I consulenti esterni, le volenterose persone che suggeriscono azioni virtuose, e magari le producono pure, sono il contrario di quello che serve, saranno adottati alla bisogna, e poi dimenticati.

C’è invece bisogno di una classe dirigente capace di analisi e proposte, che sappia compromettersi, proprio come ha fatto la Regione dove vivo per creare una legge che contiene il decalogo dell’inizio. Ma il compromesso è un processo, non è un prodotto.

Le amministrazioni della mia Regione, anche quella della mia Fidenza, sembrano non capirlo, forse proprio perchè “le cose” per la gente le fanno davvero, da sempre. Dove abito io si vive così bene che davvero si fatica a capire cosa potrebbe essere fatto di più ed io giuro che le capisco le loro facce esterrefatte di fronte alle mie critiche; ma è solo perchè non capiscono che non è il di più quel che serve ad una comunità che si sfilaccia, è il diversamente.

Autore: marcogallicani

www.gallicani.it

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