Umani senza confini

Intervista ad una pattuglia di rover e scolte che in un settembre bolognese  ha dimostrato che il futuro è pieno zeppo di speranza, e presto lo andrà a dire alle Comunità capi.

Dice Michela Murgia nel suo ultimo libro che per cambiare il mondo (che sarebbe il fine ultimo dello scoutismo, sintetizzando) servono rivoluzioni plurali dal basso, rivoluzioni che tutti possiamo fare, tutti i giorni. Dice che salveranno il mondo perché contribuiranno ad un nuovo racconto plurale della realtà, capace di abitare le frontiere.

I Clan italiani (chi più spesso e chi meno, ovvio) le frontiere le camminano da sempre, specie quelle sui sentieri delle Alpi e loro lo sanno che i confini delle nostre montagne non hanno quasi mai muri e fili spinati. Il confine tra Italia ed Austria in Friuli Venezia Giulia, per dire, è quasi sempre segnalato da una roccia che se l’erba ed il vento ci si mettono d’impegno la coprono senza troppa fatica. Li chiamano cippi, forse per dargli un tono, ma sono rocce che manco te ne accorgi. Che poi quando possono lasciano che il ruolo sia giocato da un fiumiciattolo, o da una carraia.

Per fare la rivoluzione le scolte e i rover di Bologna il 29 settembre del 2019 hanno organizzato una giornata di laboratori ed incontri sul tema dell’umanità, un esperimento partito da un passaparola interno a quelle comunità che solo i social network hanno saputo rendere immediate e che è riuscito a diventare un esempio.
Per parlare di questo “esperimento” abbiamo fatto qualche chiacchiera con Noemi Favero del Bologna 7, una delle organizzatrici, quella che ha avuto lo spunto d’entusiasmo iniziale che ha poi contagiato le persone con cui ha lavorato; una giovane donna come tante ne potresti incontrare tutti i giorni, di quelle che intanto che ti perdi a sottovalutarne l’energia ti stupiscono con un colpo di quelli da campione, leggero e straordinario.

«Tutto è partito da un passaparola tra scout. I ragazzi di Torino avevano organizzato una bella manifestazione su questi temi che Camminiamo Insieme aveva accompagnato e seguito. In chat ci hanno stimolato alla replica e noi a Bologna abbiamo deciso di prenderli sul serio. Eravamo in tutto una decina di persone, eh?! Un gruppo di amici scout che ad un certo punto decide di fare la cosa giusta, incontrarsi e parlare pubblicamente delle scelte consapevoli dei nostri capitoli. Se hai fatto una Route lo sai bene che parlando si cammina meglio, magari non quando sei esausta, ma se chiacchieri, canti o ridi il passo è come se fosse meno faticoso. E se parli t’incontri, unisci quello che le abitudini e qualche stupida legge ha diviso. E cresci, naturalmente. L’idea iniziale era quella di riprendersi uno spazio pubblico che sembrava di esclusiva proprietà degli adulti o dei testimonial, riprenderselo per ricordare che noi giovani vogliamo cambiare il mondo e per farlo abbiamo voglia di ascoltare chi arriva nel nostro paese da fuori, spinto dal bisogno o dalla voglia di cambiare o crescere.»

Quando ho cominciato l’Università io a Bologna i pittori stavano lavando via i segni di una rivolta studentesca, quella della pantera, nata esattamente nel momento in cui tutti davano per persa la generazione cullata dagli anni ’80. Vien da dire che certe sfiducie si ripetono ciclicamente, vero?
«Ma si, questa cosa che i giovani sono tutti piegati sul cellulare è una scemenza. Noi siamo passati da 0 a 100 in pochissime settimane, ogni volta che ci incontravamo si univano sempre più scout, ognuno con idee nuove, entusiasmo e voglia di mettersi in gioco.
Era stupefacente vedere ragazze e ragazzi che la società considera poco più che adolescenti avere idee già così chiare in testa su temi globali, ed è stato stupefacente vedere come hanno saputo esporli ai capi della zona e poi della regione, contagiandoli con il loro entusiasmo e ricevendone in cambio altrettanto.»

Vi hanno aiutato
«Tantissimo. Considera che poi noi non ci muovevamo come AGESCI, ma come gruppo di ragazzi. Solo dopo ci siamo informati su quali potessero essere i livelli associativi da coinvolgere, solo dopo li abbiamo cercati. Ed è stato bellissimo vedere che ci sono degli adulti che non ti aspettano a fianco degli ostacoli, pronti a deriderti, ma che ti aiutano a superarli.»

Parliamo del 29 settembre, quando ti sei resa conto che stavate facendo una cosa che sarebbe rimasta?
«Credo alla fine, smontando tutte le strutture dei giardini Margherita. In realtà solo lì abbiamo realizzato che ce l’avevamo fatta. E poi certo il momento iniziale con don Matteo (Zuppi, il vescovo di Bologna) che ha letteralmente dato la nota d’inizio a tutta la giornata.»

Credete che l’esperimento sarà replicabile, rilancerete la palla ad altri?
«Noi speriamo davvero tanto che la cosa sia replicabile, l’abbiamo fatta perchè lo fosse, anche più piccola, magari a livello di zona. Noi stessi siamo una replica di una cosa fatta a Torino.
Speriamo che altri abbiano e dimostrino questa voglia di mettersi in gioco. Se posso dire loro solo una cosa è: chiamateci che vi raccontiamo come fare. Ma sono sicura che lo faranno, la rete era evidente già il 29. C’erano i torinesi e rover e scolte da altre regioni.
Sicuramente noi continueremo a trovarci, come pattuglia e ad animare le scelte che abbiamo mostrato. Alcuni di noi poi in quest’anno han preso la partenza e porteranno le sensibillità nelle Comunità capi, speriamo. E poi non è che tutti i giorni può essere il 29 settembre, bisogna saper vivere la quotidianità. Siamo attivi sui social, e ogni giorno ribadiamo il messaggio di “Umani senza confini”: la vita ha un valore slegato dalle origini e dal destino che la sorte gli ha riservato. Questo credono gli scout e le comunità degli scout.»

Dice Stefano Catone che «[…] la frontiera non è una linea, è solamente un’illusione. Un’illusione che ci rassicura, perché dipinge il mondo come un luogo ordinato, perché definisce delle identità, perché dividendoci dall’altro ci aiuta a riconoscere quelli “come noi”. Un’illusione. Viviamo in un mondo non ordinato ma, anzi, alla continua ricerca di nuovi equilibri. Le nostre identità sono mutevoli, nel tempo e nello spazio. La nostra cultura, così come qualsiasi cultura, è meticcia.»

I Clan italiani lo sanno che è così.

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Autore: marcogallicani

www.gallicani.it

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