La strategia della lumaca: parlare di accoglienza a ragion veduta

Una lunga chiacchierata con una coppia normale che ne ha fatte di straordinarie, scritta per Proposta Educativa n° 4/2019 

Parlare con Mirjam e Ugo è strano. Un po’ perché stiamo per parlare di alcuni dei temi più ruvidi degli ultimi anni, tutti insieme, un po’ perché pur avendone fatte più di Bertoldo sembra che abbiano appena iniziato. È purtroppo sempre più difficile da capire, perché la felicità del singolo è sempre più spesso protagonista a scapito della felicità della coppia (la sociologa americana Pepper Schwartz lo spiega meglio, leggete qualcosa), ma davvero parlando con loro due hai la netta sensazione che abbiano semplicemente fatto quel che gli piaceva di più, naturalmente.

Io lui lo conosco da anni. Lei invece no, l’ho sempre conosciuta come “la moglie di” e questo mi ha permesso durante il dialogo di essere distante al punto giusto da quello che diceva. Si perché in realtà quella che la spiega bene è lei, non lui.

Ciao Ugo e ciao Mirjam, partiamo dall’inizio: come vi siete conosciuti? Prima o dopo la scelta di cui ci parlerete?
Mirjam: prima prima, assolutamente prima. Io nel 1984 ero una ragazza alla pari e per imparare l’italiano e qualche termine un po’ meno infantile cominciai a frequentare Manitese dopo essermi fermata ad una loro tenda in piazza Santa Croce a Firenze. Avevo già esperienza di attività volontarie in Germania nella parrocchia luterana che frequentavamo, per cui i temi della solidarietà, della sobrietà, della nonviolenza e dello sviluppo sostenibile, erano temi che già circolavano anche in casa. Quindi il legame con Manitese era nelle corde, perché mi affascinava anche il lavoro pratico, non solo teorico. Ci siamo trovati sui valori di fondo, ma quella con Ugo è stata una storia d’amore con tutti i crismi del caso. E attenzione che questo è importante perché nell’immaginarci la vita insieme, i valori e le scelte di solidarietà non erano un di più, un qualcosa da fare nel tempo dopo il lavoro retribuito e prima di rientrare in famiglia, ma una scelta comune di vita. Abbiamo pregato al nostro matrimonio affinché la nostra casa fosse un focolare a cui anche altri avrebbero potuto scaldarsi.

 Ugo sogghigna, forse un po’ nostalgico, e subito ridimensiona il pathos dicendo che la vita a due era comunque nata originale sin dal principio: “La casa dove vivevamo da sposati era sostanzialmente una casa aperta, eravamo giovani e gli amici di Manitese la usavano come base, per le riunioni e per accogliere le persone che venivano ai nostri convegni o incontri. Avevamo 24 anni io e 25 lei e davvero la dimensione collettiva l’abbiamo abbracciata quasi immediatamente” 

Manitese dovrebbero conoscerla tutti, ma nel caso ci spendiamo 10 parole?
Ugo: Manitese è una ong fondata nel 1964 da Piero Gheddo e altri preti cattolici con forte vocazione missionaria, poi diventata laica nel 1976. Opera in tutti i sud del mondo con progetti di cooperazione internazionale che aiutino le comunità locali a sviluppare un’economia autonoma e sostenibile. Ci sono almeno una 50ina di gruppi in Italia che lavorano per autofinanziare le loro attività raccogliendo ferro, svuotando cantine e organizzando mille altre attività generative come forse avrete visto fare ad altre associazioni, come il Mato Grosso, per dirne una. La sua peculiarità è però la riflessione politica. Parte dei soldi che si ricavano sul territorio e dalle attività nazionali viene usato per l’educazione e l’elaborazione politica e culturale, per laboratori di confronto con le istituzioni e le organizzazioni economiche.

Mirjam: in tutto questo, facevamo l’università e Ugo lavorava alla cooperativa di riciclaggio di Manitese, sono poi arrivati i bimbi. Mattia è nato nel 1993 e noi non eravamo ancora laureati. Jonas nel 1995 ed a quel punto io ero medico e Ugo faceva il dottorato in fisica. Tobia è arrivato nel 2001 quando avevo finito la specializzazione, ma lì le cose erano già instradate. 

Come siete arrivati alle Sieci e ai primi esperimenti di accoglienza?
Mirjam: Gli spazi stavano cominciando ad essere piccoli e volevamo fare di più assieme ad altri, quindi abbiamo cominciato a parlare con alcuni amici di andare ad abitare assieme in quello che oggi si chiamerebbe cohousing.

Ugo: Un giorno ci è capitata l’opportunità, incerta negli accordi, ma vicinissima a Firenze, a Pontassieve, di una casa dell’Opera Madonnina del Grappa, una casona enorme, con un podere di olivi tutto intorno che noi cominciammo da subito a recuperare con i campi di lavori estivi. Facemmo, noi a l’altra famiglia che cominciò il percorso assieme a noi, anche un percorso didattico rurale contro la globalizzazione insostenibile, imitando il Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano.

Mirjam: Noi l’accoglienza la stavamo già vivendo e non ne sentivamo solo il peso; per dirne una, avere la casa sempre così piena di gente era anche un sacrosanto aiuto, per esempio per andare al cinema senza chiamare una babysitter.

Forse vale la pena spiegare cosa intendete per accoglienza, a questo punto
Ugo: Accoglienza è tutto. È anzitutto uno spirito aperto nelle relazioni, una famiglia larga dove lasci dello spazio anche per altri, consapevole dei propri limiti, quindi padrone anche dei no, non solo dei si. Accoglienza è condivisione di alcuni (quasi tutti) gli spazi della casa. Ma è anche far parte di una rete o di una associazione che poi formalmente dialoga con le istituzioni per quello che riguarda i figli in affido o in adozione, o i migranti nell’ultimo periodo.
Ma guarda l’accoglienza la fa un sacco di gente, poi noi l’abbiamo istituzionalizzata e ora ci intervistate, ma io conosco un mucchio di amici, colleghi in Banca Etica o professionisti che ho incontrato in questi anni che l’accoglienza la fanno con la stessa naturalezza con cui respirano. È accoglienza quella dei gruppi di amici che vanno in vacanza insieme o dei vicini che si ritrovano spesso dietro casa. Nell’accoglienza non è tutto perfetto e non è vero che non ti arrabbi mai, ma certo devi avere ben presente che il litigio non può essere la conclusione del rapporto. 

Mirjam: Bisogna sapersi fermare quando si è stanchi anche se a volte è difficile. Guarda che essere accoglienti non è una antidoto contro le difficoltà della vita. Succede che le coppie si separano o che i rapporti si logorano. Perché come dicevo la coppia viene prima, poi questo modo di vivere la rafforza, ma può anche nasconderne i problemi, dipende. Mica è semplice dirsi le cose che non vanno, per questo è utile ogni tanto una supervisione esterna.
Alle Sieci avevamo anche l’obiettivo di praticare stili di vita sostenibili e impegno politico. Un po’ alla volta siamo diventati punto di riferimento per l’area fiorentina, grazie al percorso didattico che attirava scuole, scout, associazioni. Poi grazie al tanto lavoro fatto ai tempi dell’Assemblea del WTO di Seattle, Le Sieci divenne il centro nevralgico del gruppo di italiani che poi ci andarono, con Ugo.

Ma mangiate sempre insieme?
Mirjam: si (ride di gusto, NdA), ma solo perché lo hanno scelto a suo tempo i bimbi. All’inizio noi adulti lo avremmo fatto solo in modo programmato. Oggi è più fluido, ma comunque la maggior parte della settimana si, a cena mangiamo insieme. 

Ok torniamo alla vostra vita cangiante. Dopo che accadde?
Mirjam: Avevamo fatto accoglienze continuative di persone con disagio mentale, ma erano informali, poi avevamo in accoglienza un ragazzo marocchino, ma prima di pensare se aumentare questo tipo di accoglienza collaborando con gli enti pubblici nel 2003 arriva improvvisa la disdetta del comodato e veniamo “invitati” a lasciare la struttura. 

E li c’è la prima rottura, vero?
Ugo: si di p…. (si autocensura NdA). La casa venne messa in vendita e quello che avevamo fatto sino ad allora non contava niente. Dopo vari tentativi di resistenza e anche proposte nostre di acquisto, tutte rifiutate, decidemmo di cambiare strategia e come nel film colombiano “La strategia della lumaca”, ci portammo via la casa per farla da un’altra parte!
Trovammo un podere vicino alla casa natale di Giotto, a Vicchio, 700 mq di edifici 16 ettari di terreno e una piccola cappella del 1400 dedicata al beato Giovanni da Vespignano, figura significativa del medioevo fiorentino (da cui il nome “Aia Santa”). La comprammo con l’Associazione CASE, una onlus che fondammo nel 1997 e che si occupava già da tempo di case famiglia per minori ed accoglienza di migranti in alcune case del territorio fiorentino. Ci ha aiutato enormemente un’importante donazione fatta da una persona perché proseguissimo l’esperienza del centro SIeCI. Poi ci abbiamo messo del nostro e un mutuo di Banca Etica.

Mirjam: un po’ forzati dalla distanza (ora abitano a circa 1 ora da Firenze, prima a 20 minuti massimo), gli studenti e gli ospiti casuali cominciarono a scarseggiare, così ci dedicammo ad un’accoglienza più organizzata. Siamo 4 famiglie socie dell’associazione, di cui tre domiciliate. Dover ricominciare è stata una scelta consapevole e ci ha dato la possibilità di valutare l’esperienza fatta nei dieci anni precedenti, mantenendo l’allegra sobrietà de Le Sieci .

Ugo: Contrariamente a ciò che si può pensare non sono scelte totalizzanti. Nonostante dovrebbe essere ovvio sorprende il fatto che insieme si può fare di più: accoglienza, auto costruzione, attenzioni ecologiche, avere una piccola fattoria. Tutte cose che sarebbero totalizzanti in una scelta individuale, ma che insieme ad altri diventano fattibili ed anche piacevoli, desiderabili, perché si suddividono i compiti, si è più liberi di stare fuori casa, si ha la sicurezza di qualcuno a casa anche quando si è fuori, per i figli o per le cose a cui teniamo.
Certo perché funzioni deve piacerti stare con gli altri, la convivialità, deve piacerti affrontare i problemi cercando con altri le soluzioni, ma soprattutto deve piacerti conoscere le passioni degli altri, coltivarle assieme alle proprie.

Mirjam: Non crediamo che il nostro sia il modo migliore di vivere, è solo quello che piace a noi: se siamo tutti diversi, perché standardizziamo il modo e i tempi dell’abitare imprigionando le nostre opportunità (le nostre capabilities come direbbe Amartya Sen) in percorsi codificati e sostanzialmente rigidi? 

Eravate soprattutto dedicati ai neo 18enni, giusto? Che esistono, non è che improvvisamente diventano adulti, loro
Mirjam: no, davvero no. E sono un problema enorme perché per lo Stato un 18enne dovrebbe essere autonomo ed interrompe il sostegno, ma come accade anche ai nostri figli a 18 anni hanno forse ancor più bisogno di un supporto: abbiamo ospitato 14 ragazzi in 5 anni, tutti più o meno per 1 anno, arrivati da minori non accompagnati.
Quando la richiesta è diminuita abbiamo iniziato ad accogliere, stavolta con il supporto pubblico i richiedenti asilo, alcuni anche per poche ore come è successo con una famiglia siriana… 

In che senso? (sorrido…)
Ugo: nel senso letterale. Sono arrivati, si sono fatti una doccia hanno preso i vestiti che gli avevamo dato, hanno mangiato e poi sono ripartiti. Dovevano arrivare in Germania e avevano una motivazione così forte che nemmeno un luogo sicuro e ospitale come l’Aia Santa li ha fermati. Sono andati verso il treno e noi abbiamo potuto solo comprar loro i biglietti. 

E siete stati un Cas, vero? Quelli che adesso la pacchia però è finita?
Ugo: (scrolla vistosamente la testa, NdA) Ricordi Medici Senza Frontiere cosa disse quando le chiesero perché diavolo si fosse messa a lavorare sul mediterraneo visto che era nata per curare i feriti delle guerre? Che nel mediterraneo c’era una guerra, e quindi loro continuavano a curarne i feriti. Ecco, per noi è stato uguale. Facevamo accoglienza, la facevamo con uno stile originale, familiare e molto pratico. I richiedenti asilo avevano bisogno e lo stato chiedeva a chi poteva  di dare una mano. Abbiamo continuato ad accogliere chi aveva più bisogno in quel momento, ma con il supporto e le regole delle istituzioni. I soldi sono serviti sia all’Aia Santa che ai migranti. Noi abbiamo continuato ad essere solo volontari, altro che pacchia.

Alla fine sapreste dire cosa vi ha ispirato?
Ugo: credo l’ambiente in cui siamo cresciuti. Io devo dire che ho ancora ben presenti i ragionamenti del mio parroco, che mi portarono verso Manitese e quindi l’aver approfondito assieme le idee di Don Milani.
Credo che “provare” sia già parte dell’ispirazione e che la cosa più importante sia partire. Come in gran parte delle altre questioni fondamentali della vita si ha spesso una gran paura di cominciare, ma poi una volta avviati tutto è più facile.
In un certo senso ci ha ispirato l’idea che la sobrietà non è privazione, ma dare spazio ad opportunità creative. E ci ha ispirato l’idea di ricercare una vita piacevole. Quello che fai  deve piacerti, se no sul lungo periodo non si regge. 

Mirjam: ci ha ispirato la fede cristiana approfondita in modo ecumenico e soprattutto pratico. Come nella la frase che abbiamo estratto per l’invito alle nostre nozze dalla lettera a due sposi di Don Lorenzo Milani, e che conserviamo ancora in un cassetto: “Appena avrai una tua casa affacciati alla finestra e guardati un pò intorno…Che farai che la tua casa sia povera e benedetta dai poveri e Dio penserà a tutto il resto. Se i poveri saranno con te, anche lui sarà con te e se Lui sarà con te di cosa hai paura? Camperà i tuoi figlioli e assicurerà il loro avvenire ben più sicuramente che un conto in banca o una polizza di assicurazione ”. 

Autore: marcogallicani

www.gallicani.it

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