Abbiamo vinto, si. Ma il bello deve ancora venire

“Se lo spirito di un ragazzo verte alla bontà
invece che alla crudeltà
può essere merito solo della bellezza,
non della critica sociale,
ma del contatto con la bellezza e la bontà di altre persone.” (Gipi)

Partiamo dall’inizio: abbiamo vinto e sono molto contento perché abbiamo vinto.

Lo dissi ad Andrea (Massari), quando a Febbraio mi chiese se volevo sostenerlo in questa nuova sfida, l’ho detto in giro a chiunque e lo confermo oggi con questa (non troppo) breve analisi del voto: il mio primo obiettivo era quello di contribuire a fermare l’ondata di piena del voto risentito, quello con cui questa destra post berlusconiana sta dilagando in gran parte delle nostre amministrazioni, che son poi quelle dove dovresti faticare, e molto, a trovare del rancore, quelle che dovrebbero sentirsi grate per quanto hanno ricevuto e che potrebbero cominciare a restituire un po’.

E dove invece sempre più spesso trovi solidarietà negativa, per dirla con la Arendt.

Quindi sono contento, perchè il rieletto Sindaco, e chi ha gestito con lui la campagna elettorale, le ha azzeccate veramente tutte; gli spin doctors hanno egregiamente fatto il loro lavoro, e non è banale. Evviva, quindi.

Però avrei qualcos’altro da aggiungere, e qui provo a scriverne, prendendola un po’ alla larga. E procedendo per punti (e per link, che fan parte del pezzo), come fosse una chiacchiera di quelle che non si fanno più. Con, appunto, la premessa che è proprio che di queste chiacchiere bisognerebbe farne ben di più perché leaderismo e personalizzazione esasperata sono state la cifra di questa campagna (americana, l’han definita):

  • dove le tattiche erano pianificate sulla singola persona
  • dove fino all’ultimo le liste sono state gruppi mobili con ticket composti e scomposti un po’ a caso, ed elettorati spesso sovrapposti
  • dove la raccolta delle preferenze non è mai stata una presa in carico, un processo di persuasione, ma una gara a chi concedeva di più pe raccogliere di più
  • dove persino la raccolta fondi si è personalizzata e sono scomparse anche le cene di autofinanziamento.

Una campagna senza corpi intermedi, con pochissimi dibattiti, alcuni addirittura andati deserti, che non hanno fatto sintesi di niente e con la quasi totalità dei soggetti esterni (il prepolitico, quello che altrove rielabora la politica la dove i partiti sono da sempre comitati elettorali) che si sono spostati su altre riflessioni, sempre più intime, per quanto d’interesse pubblico possano sembrare, o essere. Perché si, c’è chi considera importante il regolamento dell’ausl per le disinfestazioni estive e chi invece il suo orto  giardino, o il lavoro della sua associazione per i diritti umani. Ma l’interesse comune è la visione dall’alto della loro mescolanza, non della loro stagnazione monade.

Il risultato che ho toccato con mano io in campagna elettorale è stato un uditorio, o corpo elettorale se lo volete chiamare così, che non aveva voglia di discutere; ai pochi incontri che ho organizzato le richieste erano sempre le stesse e sempre più concentrate su un viver piccolo che si incarta su sé stesso e che rischia di giustificare qualsiasi cosa.
Gli spazi di rispetto per le persone e per l’etica erano in larga maggioranza senza presidio, e questo vuoto ha evidenziato una regressione della cultura e dell’azione politica.
Che è poi quello per cui uno si dovrebbe candidare, se no fa un bel concorso e va a fare il dirigente pubblico.

I punti dicevo:
Punto 1: abbiamo vinto perché Andrea ha governato tanto e bene, perché gli assessori hanno lavorato per dare slancio a progetti immobili da anni, perchè i funzionari del Comune si sono sentiti valorizzati e hanno prodotto tante delibere e tante risposte, perchè in tanti abbiamo saputo ingaggiare pezzi di società civile capaci di riattivarsi, perchè lui per primo è stato capace di tenere insieme le differenti sensibilità, incarnandole con esperimenti e progetti innovativi. Va detto che nel periodo di convivenza con il governo Renzi e Gentiloni il via vai del Sindaco a Roma ci ha indubbiamente avvantaggiato. Lo si è visto quando quest’apertura è venuta meno. Dovremo cercare altrove, nei prossimi anni. Speriamo di esserne capaci, nonostante il ripiegamento di cui parlavo in premessa.

Punto 2: abbiamo vinto elezioni che hanno visto Fidenza adeguarsi in modo massiccio alla narrazione dominante, fatta di guerrieri e ribelli, di marcature a uomo e di amazzoni. Anche il nostro paesone, come gran parte della nostra società, ricca, anziana ed impaurita, si sta spostando verso il basso e verso destra e lo certifica quel 40% della Lega di Salvini alle europee, a Fidenza, in Emilia Romagna.  Ma la società che vorrei abitassero i miei figli sta invece in alto a sinistra, e la storia insegna che in quella direzione non ci va mai da sola. Negli anni scorsi, da sola, non avrebbe rielaborato alcuna cultura antimafia (abbiamo gli anticorpi, noi), o contraria alle ludopatie (saran ben liberi di fare quel che vogliono coi loro soldi, no?), o attenta a tutti gli equilibri di genere (oh non vorrai mettere dei ricchioni in lista, eh?), o contraria al fumo nei locali, o di limitazione del traffico (la mancanza di parcheggio ucciderà il centro, dovete riaprire il traffico) o solidaristica, o ambientalista, o animalista. Qualcuno ce la deve spingere verso quella direzione lì, da dentro o da fuori le istituzioni, a volte gentilmente e a volte strattonando, ma sempre forzando il processo evolutivo. [tutte cose sentite dalle mie orecchie, eh?!]

Punto 3: abbiamo vinto, ma per vincere abbiamo dovuto sacrificare un bel po’ delle idee che ci rendono quello che siamo. Il risultato del PD è quello di una lista i cui simboli, leader e temi di ampio respiro sono stati in gran parte evitati. La cosa non ha avuto solo conseguenze positive, e il popolo di quello che una volta era il secondo circolo più importante della provincia si sta pian piano arrendendo all’idea che la partita si giochi tra chi sa annaffiare meglio la pianta del leader di turno e quelli che non fanno niente perché tanto la politica non è fatta di elezioni. Ma un’educazione alla politica che non comprenda il momento elettorale è finta, manca di un pezzo. Un’educazione politica che non consideri i meccanismi della politica istituzionale rischia di trovarsi impreparata di fronte all’attuale sfilacciarsi del prepolitico, che la spara in prima linea senza avvisare.
Con altre scelte il Pd di Bologna ha preso il 40.33 %, a Modena il 39%, a Milano il candidato più eretico che aveva il nordovest alle europee ha raccolto più di 40mila preferenze e nella sua città il PD è il primo partito, con 7 punti in più della Lega che li è nata e ha espresso i suoi primi amministratori.

Punto 4: abbiamo vinto figurandoci contesti che temo siano in parte anche la proiezione di quello che abbiamo detto e fatto in questi anni. In un Consiglio Comunale dominato dai leader e dai loro sfottò si fa fatica a capire se siamo stati educatori di una nuova cittadinanza o se abbiamo semplicemente accompagnato (se non stimolato) un sentire popolare che in ogni momento ci potrebbe sfuggire di mano. Abbiamo sedotto, non condotto. Abbiamo vinto un’elezione, ma la sfida da vincere era ben più grande, e negli anni scorsi l’abbiam toccata con mano anche in Consiglio.

Punto 5: abbiamo vinto, ma sono pochissime le visioni di futuro che abbiamo esploso in campagna elettorale. Abbiamo vinto grazie a quello che abbiamo fatto, e questa cosa in politica si chiama conservazione. Gli si da un significato normalmente negativo, ingiustamente. E però quello rimane, così come rimane il fatto che la sinistra storicamente non è mai stata conservatrice, lo è in questo periodo inedito. In questa terra di nessuno, ad esempio, il tema in assoluto più emergente, gli squilibri sociali ed ambientali (che stanno cambiando le dinamiche politiche del continente) da noi non sono mai emersi. Non si è quasi mai parlato di ambiente, nonostante abitiamo nella zona più inquinata d’Europa, quando altrove è il vero archetipo che contrasta la politica dell’odio e del rancore e conquista la maggioranza dei voti giovani di millenials e GenZ, quelli su cui puoi costruire qualcosa.

Punto 5 bis: non lo abbiamo fatto noi e non lo han fatto i nostri avversari. Non uno dei tanti temi comunicati dalla destra fidentina in campagna elettorale ha contaminato il dibattito dei non coinvolti, e tutti i tentativi erano caratterizzati da una rincorsa verso il particolare che davvero non conosce schieramenti.

Punto 6: abbiamo vinto interpretando un localismo che è ormai una bandiera invecchiata. La Fidenza del futuro non sarà “borgsana” e ripeterlo ad ogni occasione serve solo a congelare un’oligarchia di fatto. Le città, le comunità, che stanno evolvendo e delineando il futuro di questo paese sono quelle che hanno saputo abbracciare le diversità e le hanno fatte diventare parte di un sentimento corale, aperto e ottimista. Una città dove convivono pacificamente esperienze di vita diverse, etnie e tradizioni diverse, che si conoscono e si supportano, è una città più tollerante, abile ad adattarsi, curiosa ed innovativa. E sarà sempre di più una scelta che servirà anche a superare il deficit demografico, spietato, che ci ancòra ad una popolazione che è ormai quella da anni (l’ultimo salto vero è del 1960), e ad un rifiuto della complessità che può far solo danni.

Noi abbiamo vinto e per questo abbiamo la responsabilità d’immaginarci la Fidenza del futuro, non compiacerci di quella del passato. Le vicende delle città non seguono mai percorsi lineari. Ho lavorato per l’amministrazione di Roma quando Roma era un modello europeo, “l’unica vera metropoli italiana” come la chiamava Saskia Sassen, e Milano era solo un posto dove eravamo obbligati ad andare un paio di volte l’anno, arrabbiata e depressa. Sono passati 15 anni da allora, che da un punto di vista storico sono niente, e le cose sono esattamente ribaltate.

E non è mai stata solo una questione di soldi o di lavoro. Al contrario un metro di misura che usavamo nei nostri bilanci sociali era la vitalità delle reti della classe media, quella impegnata nel volontariato, anche critico. No, non quello che si accomodava sul video del vincitore.

Abbiamo vinto, quindi, ma c’è il rischio che questa possa essere l’ultima volta che azzecchiamo la tecnica giusta, con il rischio che la stessa si trasformi in una strategia, spostando l’asse della nostra azione politica dove non vorremmo. Per questo credo che il compito di questa amministrazione sarà soprattutto politico:

  • dovremo attivare luoghi di lettura del presente sul medio e lungo periodo. La prossimità claustrofobica dei social network spegne la partecipazione, noi dobbiamo riuscire a superarla
  • dovremo riscoprire i nostri valori di fondo, interpretandoli con linguaggi nuovi per farli capire a chi non ci ascolta quasi più
  • dovremo riconnettere le relazioni di prossimità, soprattutto lavorando nei e sui quartieri, con specifici progetti di partecipativi, anche privi di un obiettivo ambizioso. La partecipazione se rimane occasionale, non è.
  • dovremo rivitalizzare le vecchie associazioni e dare linfa alle nuove, e ridisegnare le mappe delle loro dinamiche
  • dovremo ridare un valore al tempo, difendendolo anche nelle nostre discussioni interne in un momento storico in cui la sua contrattura, il suo essere solo istantaneo, privo di passato e di radicamento ideale, sta disgregando la nostra società nel profondo.
  • dovremo contrastare con forza l’emergere di posizioni dominanti che interpretano l’emotività. Il percepito va interpretato, non assunto.

P.S: Questa cosa di tuttafidenza me l’han chiesta in tanti e non a tutti riuscirò a raccontarla. Qualche settimana prima della campagna don Luigi Ciotti venne in banca a presentare la marcia di Libera di Padova e chiacchierando prima di cominciare l’intervento di cui ero coordinatore confessai a lui i miei dubbi sulla ricandidatura, in particolarmente segnalando che negli anni il mio ruolo era sempre più stato marginalizzato anche attraverso stratagemmi linguistici del tipo “che tanto sei un buonista, sei quello della pace”. Al punto che in molte occasioni mi avevano anche caricaturizzato su questo modello.
E lui mi rispose dicendo che al contrario il candidato della pace era l’unico candidato di tutti perchè fare la pace è fare le cose concrete e farle tutti insieme.
Ed è stato allora che ho deciso di ricandidarmi, per tutta Fidenza.

 

 

Autore: marcogallicani

www.gallicani.it

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