Piero Terracina è un fidentino

In una bellissima serata organizzata dall’Agesci abbiamo consegnato la cittadinanza onoraria a Piero Terracina, uno degli ultimi superstiti dell’Olocausto che possiamo ascoltare dal vivo. La cosa più bella che potete leggere al riguardo è il saluto dei ragazzi dell’Agesci. Lo trovate cliccando qui.

Ma se volete il mio punto di vista qui c’è il testo dell’intervento che ho scritto, ma non ho letto, chè era troppo bello il clima che si era creato.


Sfogliavo l’altro giorno a Milano un libro di vignette appena uscito: “La banalità del ma”. Riprende il titolo dell’opera di Hannah Arendt sul processo ad Eichmann a Gerusalemme, “La banalità del male”.
Lo avrete letto, credo. Se no dovreste, ne sono sicuro.

Non mi ha colpito una vignetta in particolare, ma il progressivo ed apparentemente inarrestabile incedere della cattiveria lungo gli ultimi 3 anni della storia del nostro Paese. La satira dell’autore prova a descrivere la situazione, e forse aiuta a comprenderla, ma la sensazione epidermica che si prova è stata quella di un popolo che scivola lungo il piano inclinato dell’intolleranza nella distrazione dell’opinione condivisa e nell’ignavia della classe dirigente, mediatica e politica.

Se si prendono i singoli interventi si capisce bene che lo scivolamento è stato quasi impercettibile, così lento nel suo essere progressivo che non è certo possibile prendersela con chi in questi anni ha avuto una vita da vivere, un lavoro da recuperare dopo la grande crisi del 2008, magari un figlio da crescere o un comune da gestire.

Eppure se invece si saltano velocemente le pagine ci si accorge che in questi anni di grandi trasformazioni la nostra opinione pubblica ha digerito posizioni che sino a pochi anni fa avremmo trovato folli, orrende, irrealistiche.
Eppure oggi queste ci sembrano normale, banali appunto.

Non è solo, e non è tanto, questione di grandi catastrofi, che pure ci sono state, ma di episodi minuti, sgambetti inutili, mancate vergogne, autoassoluzioni acrobatiche. E di una comunicazione politica che si adagia verso il basso, cercando di recuperare il contatto con le persone provando ad inseguirle.

Sarà probabilmente capitato lo stesso a metà del ‘900, io non lo so. Chi da oggi è nostro cittadino porta ancora i segni di un’azione che davvero ci si chiede come sia potuta succedere, nell’Italia che abitiamo, come sia stato possibile che i nostri nonni non abbiano fatto nulla per impedirlo prima che accadesse. Del dopo parliamo spesso, per fortuna, ma del prima quasi mai.

Le testimonianze che ho letto sul tempo ci raccontano di qualche isolato episodio, di una ferocia inaffrontabile da parte dei militari coinvolti nei servizi di sicurezza, e di una diffusa credenza che i profughi andassero verso campi di lavoro, non di sterminio.

A questo forse serve la satira del libro, non tanto nel descrivere il modo in cui trattiamo i richiedenti asilo che vengono dal mediterraneo, ma nel dare evidenza dell’apatia con la quale accompagniamo quest’epoca di gigantesche contraddizioni, della pochezza che accompagna la gran parte delle candidature alle elezioni, o gli ordini esecutivi degli amministratori delegati, le azioni di molti di noi.

E’ poi facile pensare che tutto questo vuoto d’empatia sia attribuibile alla presenza al governo di una forza apertamente intollerante, ma se appena ci stacchiamo dal brusio e ci pensiamo nel silenzio sappiamo bene che non è così, non sarà facile recuperare quel che eravamo come invece lo è perdere un’elezione politica. Per questo uso la prima persona plurale.

Sono morte 34361 persone negli ultimi 15 anni, ed è una stima per difetto perchè conta solo quelle di cui abbiamo testimonianza, ma moltissime sono morte lontano dagli occhi, sono sepolte sotto una duna nel deserto, o sono state scaricate cadaveri da un camion nel quale non c’erano cibo o acqua a sufficienza, o sono morte di stenti nella fogna di qualche centro di detenzione pagato coi soldi della nostra Comunità.

Ce l’avessero detto nel 1993, 15 anni fa, che la morte di quasi 40mila persone ci avrebbe lasciato grossomodo indifferenti avremmo risposto che era impossibile. Avremmo risposto ricordando quanto stavano facendo i Comuni con i profughi della guerra dell’ex Yugoslavia inventandosi il sistema Sprar che ora il Ministro dell’Interno vuole smantellare, o a quanto avevano fatto i cittadini di Brindisi nel 1991 quando in un solo giorno arrivarono quasi 27mila persone, migranti economici di un paese dalle prospettive inesistenti.

E invece in questi anni siamo riusciti a capovolgere la situazione e a presentarci come vittime. Abbiamo criminalizzato l’intero settore dell ONG, quasi interrotto gli stanziamenti alla cooperazione internazionale (fermi allo 0,29% e soggetti ad ulteriori tagli dalla finanziaria del 2019), abbiamo promosso una linea politica che se la gioca tutta sul sentimento della paura, affidandosi ad una forma di pedagogia nera che prova ad infondere nei cittadini un senso d’inadeguatezza e cattiveria che li rende fragili, dipendenti, magari anche solo da una telecamera. Ci siamo fatti vanto di sparare sentenze a raffica, inorgogliti del solo affermare sempre quello che si pensa. E poi certo di promuovere e inoltrare notizie evidentemente false, facendolo con leggerezza, quasi scherzando.

Siamo riusciti addirittura a capovolgere la semantica condivisa e a trasformare la parola buono in un insulto, e li chiamiamo buonisti quelli come me.

Ecco io l’ho detto spesso e a tanti, ma non credo che ci si possa opporre a quest’ondata solo sperando che passi, ma che sia necessario restituire, riconoscere che tanto abbiamo ricevuto e che quindi tanto ora ci spetta di dare in termini di resistenza, rigore civile e morale, e aiutando le giovani generazioni a cogliere le sfide del nostro tempo, anziché averne paura.

Autore: marcogallicani

www.gallicani.it

1 commento su “Piero Terracina è un fidentino”

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