La politica è un diritto umano

ad Antonio Papisca,
appassionato della Pace che respirava a Mariano

Signor Presidente grazie,
prendo la parola per due veloci appunti ed una dedica, sentita.

Parto dalla dedica: quando nel 2014 lavorammo intensamente per creare le condizioni di contesto di quello che oggi chiamiamo Convilab – e che 3 anni fa volevamo chiamare “Consulta Comunale per la Pace e i diritti umani” – ci chiamò il prof. Antonio Papisca, fondatore e direttore per molti anni del Centro di Ateneo per i Diritti Umani di Padova (ora a lui dedicato) che ci chiese di poter citare la nostra iniziativa al laboratorio delle “Municipalità per la pace” organizzato da Mayors for Peace all’interno della sessione speciale dell’Onu per la riforma della dichiarazione universale dei diritti umani, che si sarebbe svolta di li a poco a Ginevra.
Aveva visto dentro quel documento […]– approvato, purtroppo, tra mille polemiche stantie – l’infrastruttura utile alla ripresa di un dialogo comunitario sul concetto di diritti umani e, quindi, della pace.
Erano tempi molto diversi, ma già allora si intravvedevano i segni del futuro che poteva essere, e che non abbiamo fatto granchè per evitare, tanto che oggi è presente.
La dedica è quindi a lui, che ogni volta che poteva si perdeva in un meravigliato racconto delle settimane che gli piaceva passare d’estate nei dintorni di Mariano, a cercare la sua pace nei posti in cui era cresciuto.

Citava spesso Aristotele, il prof. Papisca, Antonio, e ricordava come già ai tempi si era capito che “[…] l’individuo separato dagli altri è bestia o dio”, ma aggiungeva che di divinità in giro ne vedeva ben poche.

E questa è la prima delle due note. Una società della solitudine non può che generare esclusione, un sentimento pericolosissimo perché di sua natura rancoroso e quindi attratto dalle derive autoritarie. I dati, questi misconosciuti, sono per me terrificanti: 8,5 mln di connazionali si sente “molto solo” e il 13,2% degli italiani non saprebbe a chi chiedere aiuto nel caso ne avesse bisogno.

È questa società priva di contatto che genera le esibizioni d’odio nei confronti di chiunque sia diverso dal pregiudizio d’ognuno, che sia originale o indotto poco importa. Un odio che si espande non a caso nella direzione dei nostri (perfettamente) simili che si dedicano agli altri e più in generale alle cose buone, vivendole e quindi sentendole come una diminuzione di se e non come un’elevazione della comune famiglia umana.

Non c’è Stato dove ci sono solo singoli e non ci può essere fondamento giuridico per la sua fondazione etica, se non si riconosce a nessuno il ruolo di garante dell’integrità fisica e psichica delle persone e della comunità nel suo complesso. Di più, se non si riconosce a nessuno il potere di organizzare la migliore convivenza umana possibile.

Per questo chiamiamo il massimo esponente di governo locale Sindaco (dal tardo latino syndĭcus), perché è e deve essere, a costo di dedicarci gran parte del poco tempo che quest’epoca gli permette, colui che conduce le differenze a sintesi, i singoli verso l’insieme.

La storia dei diritti umani è la storia della politica delle comunità, la storia della forza culturale con cui persone e gruppi straordinari hanno affermato e diffuso il valore del sortire dai problemi insieme, per dirla alla don Milani.

La politica delle comunità, e arrivo alla seconda nota, usciva sconvolta dalle tragedie nazifasciste e da questa nacque il testo di cui oggi celebriamo l’anniversario. Antonio, il prof. Papisca diceva che “Non serve capire qual’è l’agenda dei diritti umani perchè i diritti umani sono l’agenda”. Perché leggendoli nel loro insieme si capisce come possano essere un vero e proprio perfezionamento del nostro essere persone e parte di una istituzione collettiva, politici quindi.

Quando le comunità hanno saputo affidarsi a questa guida nella risoluzione dei problemi, locali ed internazionali, allora sono state fatte le rivoluzioni.
A me piace citare, lo faccio spesso e i miei compagni a volte se ne lamentano, quella Basagliana, ad esempio di un tentativo riuscito di evoluzione di un bisogno verso l’universalità di un diritto e di come questi diritti abbiano aperto orizzonti impensati ed impensabili a tutti, non solo ai soggetti dell’azione stessa. Liberare liberandosi, diceva il professore.
Anche in quel caso, come in altri, esiste un’incardinamento giuridico, ma non è certo nel suo valore legale che riconosciamo la grandezza della L.180 sulla malattia mentale. Si pensi, e lo dico davvero per quei pochi che non ne conoscono la fertilità, anche solo alle cooperative sociali che ormai sono così parte del nostro tessuto socio economico tanto da esserne considerate costituenti, ma che sino alla fine degli anni ’70 non esistevano.

L’agenda politica dei diritti umani fa saltare gli schemi, perchè anche l’aria pulita è un diritto umano, non uno sfizio secondario rispetto alla piena occupazione, le necessità prioritarie sono quelle delle nuove generazioni perché evidentemente libere da pensieri ingessati, ottimiste di fronte al tanto che possono fare guardando in avanti.

E fa saltare i sovranismi, come lo fece nel dopoguerra, perchè sbriciola la mitologia della superiorità di alcuni rispetto ad altri.

Un’agenda politica costruita su quello schema evidentemente non perderà nemmeno un minuto a decidere se una persona in difficoltà sia un migrante economico o il fuggitivo da una guerra, ma riconoscerà in quella persona il soggetto (e non certo l’oggetto) delle sue politiche interculturali.

Una politica che riconosca in quell’agenda un modello capace di generare leadership, di condurre le persone anziché limitarsi a sedurle non perderà nemmeno un minuto a cavalcare la paura che nasce dalle solitudini, magari attraverso proposte che simulano proposte autoritarie in tono solo un po’ più moderato.

Insomma i diritti umani possono farsi politica amministrativa e lo fanno quando dettano uno stile, laterale, sempre concentrato sulla persona. Un esempio? Tenere lunga 2 mesi una messa perchè dentro la chiesa c’è una famiglia di migranti da espellere e la legge dice che non si può fare irruzione in un luogo sacro durante una celebrazione.
Sta succedendo in Olanda.

Autore: marcogallicani

www.gallicani.it

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