Il nostro percorso verso il femminismo

Ringrazio Alessia, l’assessore Frangipane per questa sera. Se questo posto dove siamo stati per quasi 5 anni avesse voluto essere anche un luogo di rielaborazione politica e non solo l’aula delle post (e pre) tattiche elettorali il percorso proposto da Alessia con questi Consigli Straordinari sarebbe stata una straordinaria occasione di crescita per tutti.
Se si ripercorrono gli ordini del giorno di queste giornate si può infatti intravvedere la scelta di far maturare un cambiamento di punto di vista, la progressiva evoluzione del frame di riferimento (cito […]il sociologo Marco Deriu) da quello delle vittime a quello dei persecutori, per spostare o per lo meno ampliare il campo d’indagine dalla semplice occasione (il brutale ripetersi di una violenza inutile) al complessivo rapporto del genere maschile con il genere femminile.
Un percorso che nel 2018 stenta ancora trovare diffusione in una società che anche quando considera la violenza dell’uomo sulle donne frutto di un abuso di potere, che già non è per niente banale, si ferma a considerazioni di natura giuridica, non mette mai in discussione il modello maschilista del nostro stare sul pianeta. (il famoso paradosso nordico ne è la cifra: paesi avanzatissimi nella legislatura antiviolenza, che mantengono altissime percentuali di violenza contro le donne).

Non aggiungo dati alle mie poche considerazioni, ma una data quella si: in Italia lo stupro è stato riconosciuto reato contro la persona nel 1996. Fino a quel momento era reato contro la morale, e tutt’oggi si tende a considerarla una secondaria esondazione occasionale, in ogni caso in linea con il ruolo misogino di un atto dominante (la misoginia non è solo maschile, no).

Lo squilibrio di genere che si può notare sul lavoro, nelle differenze di retribuzione come nelle aspettative di carriera, nella comunicazione, nei modelli imposti come nell’uso esasperato dei codici sessuali, nella vita di coppia, nelle dinamiche di potere, e certo nel mondo politico è un contesto indispensabile per la conoscenza del fenomeno, ma se ci si ferma a li non se ne indagano le radici, che quindi continuano a gemmare nuove diseguaglianze. Che continuano a coinvolgere tutti, non solo i violenti perché alimentano la sottocultura che legittima il maschilismo, che supporta il primato del maschile sul femminile, che sottende l’idea che al mondo ci siano esseri con dei bisogni e altri che servono solo a soddisfarli.

La necessità del femminismo, che non è il contraltare del maschilismo, sta tutta nella nostra esigenza della sua fertilità. Il percorso che negli anni ’70 produsse la prima rivoluzione sessuale promossa dalle donne e subita dagli uomini, che chiedeva agli uomini di farsi carico delle stesse mansioni e funzioni delle donne all’interno del nucleo famigliare ha ormai cominciato a generare uomini e donne che sanno concentrarsi sull’essere, come maschi che hanno cominciato a valorizzare la propria fragilità, o che hanno avuto la forza di entrare (e restare) in sala parto, donne che si sono rifiutate di usare metodi maschilisti per emergere e hanno imparato ad apprezzare codici emotivi diversi da quelli delle loro mamme.

E là dove il maschile accoglie il femminile allora il maschile risorge: “È scientificamente provato che nel momento in cui l’uomo rimane sulla e nella scena genitoriale e quindi svolge funzioni d’accudimento, il suo cervello automaticamente attiva un sistema di gratificazione ormonale che lo travolge, aumentando la produzione di ossoticina e prolattina e diminuendo quella di testosterone.”

Chiudo segnalando che giusto tra 10 giorni ci sarà un altro importante Consiglio Comunale straordinario dedicato ai 70 anni della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo,  e lo faccio perché quel documento poggia le sue fondamenta morali su due principi che coinvolgono l’appuntamento di questa sera:
1) il primo è che se di diritti si vuole parlare questi devono essere garantiti a tutti, altrimenti si chiamano privilegi. Abbiamo pensato per anni che le epoche dei privilegi fossero terminate con il quasi universale avvento della democrazia sul pianeta, ma ahimè la globalizzazione, ormai completamente distesa ci ha svegliato da quest’illusione.
2) il secondo è che se c’è qualcuno da cui partire per capire cosa può essere un diritto e cosa no questo dev’essere l’ultimo, il più oppresso, il più debole, il meno tutelato, il più esposto.

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Autore: marcogallicani

www.gallicani.it

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