Gli accordi di Parigi e la politica che parla di ambiente

I leoni della minoranza si stanno divertendo da ormai 3 giorni sui social commentando l’Ordine del Giorno del 3 luglio. Un ordine del giorno effettivamente strano perché al pari di altri presentati negli scorsi mesi in verità non comporta alcuna delibera amministrativa, non permette alcuna inaugurazione, non s’ingrazia nessuno, né tanto meno lo sbeffeggia.

Loro se la ghignano perché abbiamo osato scrivere che il Sindaco dovrebbe partecipare al movimento di pressione su Trump, perchè cambi idea sui cambiamenti climatici, ma è solo perchè sono profondamente ignoranti e volutamente cafoni. Non sanno che in passato abbiamo scritto a gente anche più potente e l’abbiam costretta a cambiare.

Io invece credo che quello che abbiam fatto sia “un servizio pubblico”. Come quello che fanno gli ospedali, i tribunali, le scuole. Probabilmente, nonostante i tempi non lo suggeriscano, quello che abbiamo fatto è addirittura il più importante di tutti gli elencati, perché una democrazia efficace prende forma dagli esempi che la vita politica dal basso fornisce alle sue comunità di riferimento, in un percorso di formazione andragogica continua.

Ah… andragogica non è una parolaccia, lo scrivo per loro, non per voi che leggete.

Così come la cultura migliora le comunità e le loro vite, così come l’ignoranza le peggiora, la buona politica può essere determinante perché le comunità locali si accorgano delle loro potenzialità e le esprimano al meglio. Se al contrario la politica continua solo ad offrire cattivi esempi o ad occuparsi solo di questioni che possono essere risolte qui ed ora i cittadini se ne distaccheranno sempre di più, considerandola per gran parte del tempo un rumore di fondo, e attivandola solo in caso di bisogno.

Ormai di ambiente parla solo il Papa. L’Italia di oggi – un paese inchiodato alla superficialità – nel dubbio sacrifica soprattutto i temi ecologici, scomodi e ritenuti dai più inutili. Se non quando d’improvviso (credono i più) l’ambiente si ribella alla nostra ignoranza e ci riversa addosso tutte le conseguenze che i nostri limiti coltivano, come cause di effetti.
Accade con le inondazioni e con le siccità, con le ondate di caldo e con quelle di freddo, accade coi terremoti, accade con il peggioramento dei livelli d’inquinamento, accade quando l’ambiente si rivela per quello che è, il fondamento del nostro vivere. Perché se senza l’industria dei motori la “motor valley” (l’’Emilia) fatica ad immaginarsi un futuro, senza acqua proprio non ce l’ha.
L’ambiente viene semplicemente prima di tutto.

Così, nel più classico dei vicoli ciechi, i politici sostengono che di ambiente non si parla perché ai cittadini non interessa (è vero, li ho visti anch’io i sondaggi) e meno se ne parla meno interesserà, perché la logica del tutto subito vince su quella della programmazione e ci sarà sempre qualche stato di calamità da decretare di fronte all’ennesimo, piccolo o grande disastro imprevisto. Per poter poi continuare ad utilizzare senza nessun limite ciò che è, viceversa, una risorsa preziosa, scarsa e indispensabile. Come lo è l’acqua e come lo è il suolo.

I dati dell’ultimo rapporto ISPRA sul consumo di suolo sono netti, come un taglio: ogni anno in Europa spariscono sotto il cemento 1000 kmq di suolo fertile, un’area estesa come l’intera città di Roma. La percentuale di suolo consumato, sull’intera superficie nazionale, è il 7,64% (l’aggiornamento ha permesso di definire meglio questo dato, che nel rapporto dell’ISPRA dello scorso anno era fissato al 7%). Negli anni ’50 era il 2,7%. Un incremento, a oggi, del 184%. È un po’ come se avessimo completamente ricoperto una superficie pari, all’incirca, alla Liguria e alle Marche.

Sono ettari che non tornano più, sono superfici impermeabilizzate, non sono solo case, ma tutte le coperture in asfalto. Sono un indice di disequilibrio del capitale naturale. Legambiente – che mappa gli eventi estremi con il progetto cittaclima– ne ha contati 242 nel 2016

E le infrastrutture verdi, i corridoi ecologici e il restauro dei sistemi naturali, magari un parco al posto di un parcheggio, sono ancora qualcosa di utopistico, argomento per i radicali, quelli che non sanno amministrare. Quando in realtà è vero il contrario perché consumare suolo, ignorare le esigenze ambientali significa perdere una risorsa che svolge importanti “servizi ecosistemici”, che sono i benefici che noi riceviamo dall’ambiente e che possono essere compromessi dal suo eccessivo sfruttamento.

Nel 2016 la concentrazione atmosferica media di Co2 ha superato le 400 parti per milione. Non sono solo numeri. Il riscaldamento del pianeta sta facendo aumentare il livello dei mari. Nel corso del secolo scorso sono saliti di circa 20 cm e lo scioglimento dei ghiacciai e la dilatazione termica degli oceani li fanno salire di 3mm all’anno. Sono intere zone del pianeta sommerse, alcuni atolli e molte zone costiere già oggi devono affrontare spopolamento (sono vere e proprie migrazioni climatiche), salinizzazione delle falde ed erosione costiera.

Nel 1992 a Rio nacque Agenda 21, un programma di azioni dell’ONU su ambiente e sviluppo che per molte città italiane fu un vero e proprio sussidiario dello sviluppo sostenibile su cui formarsi e agire. Nei coordinamenti, anche locali, si parlava finalmente (e forse per la prima volta) di corresponsabilità tra cittadini, amministrazioni e imprese, di monitoraggio continuo delle misure adottate, di governance partecipativa, di visione condivisa.

È grottesco che si sia arrivati 25 anni dopo al processo inverso, alla negazione del fenomeno stesso.

Ecco il perché dell’ordine del giorno, perché solo dal basso può ripartire una consapevolezza politica e civica, capace di lavorare con una prospettiva, con la lungimiranza che è necessaria per affrontare i cambiamenti climatici che non sono soltanto materia per polemiche “a distanza” ma fatti reali, che colpiscono ogni centimetro del Pianeta.
Lavorare concentrati sulle emergenze, senza pianificare e programmare fa male alla città e ai cittadini; significa rinunciare al ruolo di chi dovrebbe comprendere e agire in modo coordinato, senza aspettare l’inevitabile “emergenza”.

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